Alla ricerca di un parcheggio (con pinguini al seguito)

30 agosto 2009, 6 marzo 2010 e poi… siamo al 22 agosto 2011.
Per un blog che si intitola “Il diario di …” non è esattamente una media esaltante (si parva licet, siamo più o meno sui ritmi di Peter Gabriel nel pubblicare un nuovo album…).
Excusatio non petita, ma — onestamente — vale ancora quanto in apertura del post precedente.
Allora perché questo spreco di bytes (direbbero i miei lettori, se ancora ne avessi…)?
Beh, in primo e principale luogo, per segnalare che non sono morto, non ancora (con gli inevitabili scongiuri di rito, of course) (il che spiega anche la prima parte del titolo, e già ho detto troppo).
Poi, per dare un minimo di utilità sociale a questo rigurgito di grafomania, tengo a notificare to whom it may concern (quando si ha poco da dire, meglio dirlo in un’altra lingua: suona un pochino meglio…) che ho finalmente chiuso con le Finestre.
No, non si tratta di analfabetismo di ritorno: cercavo un modo elegante (mah!) di dire che non uso più Windows (e neanche ce l’ho più installato); dopo anni di tentazione e di tentativi, alla fine ho rimosso ogni software Microsoft dai miei PC (beh, non è del tutto vero: ho mantenuto una copia di 7 in un netbook, ma solo perché non si sa mai…).
Tutto ciò che facevo prima con Windows, faccio ora con Ubuntu (e anche qualcosa di più, e meglio).
Con ciò, non è che il mondo sia diventato un posto migliore, o che i miei problemi quotidiani siano tutti magicamente risolti (anzi, ogni giorno ce n’è uno nuovo…).
Però, è già qualcosa.
Ora, se riuscissi anche a trovare parcheggio…

“Dentro l’urne…”

Ho osservato un lungo silenzio per svariate ragioni:

  • non si può sempre aver qualcosa da dire, su tutto e sul suo contrario;
  • c’è qualcun altro che esprime – spesso meglio, quasi sempre prima – le nostre stesse riflessioni;
  • è meglio lasciare ad altri l’incombenza di dire la cazzata di turno;
  • a polemizzare con gli imbecilli si corre il rischio di venir confusi con loro.

Adesso, scusatemi tanto, vorrei sbottare un po’ anch’io e – indovinate! – a proposito degli ultimi pasticci accaduti in materia elettorale.
Certo, in un paese dove l’attività prevalente si è ormai ridotta alle elezioni (ma andassero a lavorare, che ce n’è bisogno!), il rischio di complicazioni è pressoché inevitabile (per mera legge statistica); ma in questi giorni si è davvero raggiunto il colmo, e neppure le categorie della vergogna e del ridicolo sono più sufficienti e descrivere quel che accade.
Non entro nelle tecnicalità, mi limito – come pare essere l’ultima voga – “alla sostanza”.
La sostanza, invero, deve partire dal rammentare un fondamento: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 1, comma secondo); il che significa che “il popolo”, benché sovrano, non può fare quel che gli pare, ma deve muoversi nel rispetto delle leggi e delle regole che democraticamente si è dato, attraverso le procedure e le forme previste e discendenti dalla Costituzione stessa.
Oddio, con l’andar del tempo la qualità delle leggi è peggiorata non poco, anche dal punto di vista della mera confezione, ma rimane pur sempre un limite al di sotto del quale non si dovrebbe poter scendere.
E invece…
Invece è toccato sentire “autorevoli” ed “eminenti” esponenti politici di maggioranza strepitare e berciare di “attacco” e di “vulnus(manco sapessero cosa vuol dire ’sta paroletta) “alla democrazia” perché questo o quel partito non è stato in grado di presentare le liste dei propri candidati seguendo le prescrizioni delle leggi regolatrici della materia.
Siccome non risulta che l’attività di presentazione (dalla raccolta delle firme al deposito delle liste dei candidati corredate di tutta la documentazione e di quant’altro richiesto dalla legge, inclusi i simboli distintivi delle singole liste) sia stata ostacolata o impedita da chicchessia, ma che si sia trattato di negligenze e leggerezze da parte degli stessi incaricati di quei partiti – i cui predetti “autorevoli” ed “eminenti” esponenti politici fanno parte – ci si chiede: ma di cosa si lagnano costoro?
Ci stanno forse dicendo: “Non potete sottrarre agli italiani il diritto di votare per quel branco di prepotenti incapaci che siamo!”?
Per la verità, gli italiani sono e rimangono liberi di farsi del male come peggio credono; il punto è che non esiste il diritto di votare per chi meglio esprime il proprio punto di vista (anche perché, altrimenti, ci sarebbero tanti candidati quanti elettori); si ha il diritto di votare per chi ha correttamente esercitato il proprio diritto di presentarsi candidato alle elezioni secondo quanto prescrivono le leggi elettorali.
Se la legge dice che:

  • occorre un numero minimo di firme per presentare una candidatura (cosicché il candidato sia rappresentativo di una parte significativa dell’elettorato, e non un avventurista estemporaneo che spreca solo il tempo proprio e della collettività, oltre che pubbliche risorse);
  • occorre che queste firme siano certificate da un pubblico ufficiale per assicurare che le firme provengano effettivamente da persone reali, che le hanno volute apporre e a sostegno di ben precise persone (e non “in bianco”);
  • occorre che le candidature siano presentate entro un termine ben preciso, per consentire il regolare e ordinato svolgersi della campagna elettorale;

allora sta a chi si vuole candidare di fare attenzione a fare le cose come si deve, con diligenza, correttezza e serietà.
Se la legge dice che il mancato rispetto delle regole comporta l’esclusione dalla competizione elettorale, chi non abbia osservato le norme non può essere candidato.
Per venire alla cronaca e fare nomi e cognomi, se il centrodestra in Lombardia e Lazio si è comportato scorrettamente e non è stato in grado di presentare le proprie candidature nel rispetto delle regole comuni, dov’è “l’attacco alla democrazia”?
Non ci sono “nemici komunisti” a impedire agli elettori di centrodestra di votare per i propri candidati; c’è stata piuttosto la superficiale insipienza di certi esponenti del centrodestra ad aver impedito ai propri elettori di esprimere il voto per loro.
Ma, d’altra parte, ci vorrebbe una tempra di ferro per ammettere: “siamo stati coglioni, stavolta tocca star fermi un giro”; nulla di più lontano dalla natura dei gasparri e dei cicchitto (tranquilli, non sono refusi) di turno, che debbono sempre trovare il modo di dare agli altri la colpa delle proprie minchiate (come direbbe Altan: “Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio”).
E adesso c’è pure il decreto “interpretativo”!
Alte si son levate le voci scandalizzate, e a ragione (anche se, pure fra costoro, non è mancato chi abbia trasceso inutilmente i toni).
Ma non disperiamo: si sa come sono le pentole del diavolo, e dopo aver letto il “de-cretino” (non è un errore del sillabatore, tranquilli), non sarei così sicuro che “l’attacco alla democrazia” sia stato del tutto sventato.
Prepariamoci, quindi, alla fase due: “giudici komunisti”, state attenti a come “interpreterete” la legge – e i fatti, soprattutto – alla luce del decreto “interpretativo”.
In attesa, come argutamente dice la Bonino, di un prossimo decreto elettorale in stile olimpico, secondo cui per vincere le elezioni sarà sufficiente “parteciparvi”, naturalmente essendo “maggioranza”.
Tanto, in qualche maggioranza, quelli là, di sicuro ci rientrano.
Ma non vi dico in quale, sennò dite che sono “komunista”.

Il Pinguino mobile

Ogni tanto anche su questo blog è bene inserire qualche post di utilità sociale (del tipo “Pubblicità Progresso”, per intenderci); e siccome sono un semi–maniaco tecnologico, vi aggiornerò sulle mie ultime esperienze di aspirante smanettone.
Orbene, chi mi segue e conosce saprà già che uno dei miei pallini è il software libero, cioè quei programmi per computer che non vengono prodotti e commercializzati da corporations quali Microsoft e Apple ma nascono, si sviluppano e circolano in altri ambienti e canali e, soprattutto, non sono sottoposti alle restrizioni tipiche dei programmi cosiddetti “proprietari”.
Da qualche tempo sto provando un sistema operativo alternativo al più noto e pressoché onnipresente Microsoft Windows: Ubuntu.
Ubuntu è una distribuzione GNU/Linux che negli ultimi anni ha preso parecchio piede e dopo un po’ di mesi posso dire di aver capito perché: è piuttosto facile da usare (se non si hanno esigenze o velleità particolarissime) e consente di fare le stesse cose che si fanno con Windows, altrettanto bene se non addirittura meglio; con due significative differenze:
1) Ubuntu è assolutamente gratis (non solo ve lo potete scaricare liberamente da Internet, ma se volete vi mandano addirittura il CD di installazione a casa senza chiedervi un centesimo:provate per credere);
2) Ubuntu è molto più leggero e veloce di Windows: il vostro vecchio PC, imbalsamato e arrancante con Windows XP, vi parrà una scheggia con Ubuntu (se, poi, avete Vista, allora non solo sarà velocissimo ma pure funzionante!).
Certo, i produttori di periferiche di consumo (fotocamere, videocamere, telefonini etc.) si preoccupano principalmente se non esclusivamente di predisporre software per utilizzare i loro prodotti con Windows (e talvolta con Mac OS X), ma la comunità GNU/Linux non sta a guardare e, se non subito, in breve tempo trova il modo di far funzionare questi apparecchi anche col Pinguino (la mascotte di Linux).
Certe volte, però, giungono piacevoli sorprese anche da dove non te le attenderesti.
Nel mio caso, volevo portarmi il PC in vacanza, dove però non dispongo di una connessione ADSL a Internet; così, mi sono informato su quelle che adesso chiamano “chiavette Internet”, cioè dei modem USB che sfruttano la rete della telefonia cellulare: tutti i vari gestori hanno le proprie offerte al riguardo, ma i driver che corredano gli apparecchietti in questione sono solo per Windows.
Quesito: e con Ubuntu come diavolo faccio?
Beh, la prima sorpresa è che Vodafone ha dedicato una propria divisione — BetaVine — a rilasciare programmi per sistemi operativi alternativi, cosicché anche chi non usa Windows possa navigare in Internet con le chiavette di Vodafone; i programmi sono disponibili sul sito di BetaVine e, ovviamente, c’è anche la versione per Ubuntu (con tanto di dettagliate istruzioni per l’installazione; solo in inglese, ma non è difficile).
Preso, installato e provato, direi che funziona (non sempre alla perfezione, ma comunque piuttosto bene).
Ma la seconda sorpresa è che… avrei potuto tranquillamente farne a meno!
Ho notato, difatti, che non appena Ubuntu rilevava la chiavetta Internet, partiva una procedura guidata di configurazione; dopo averla ignorata alcune volte, mi sono deciso a provare a vedere che succedeva e… magia! Effettuata la configurazione (in tre rapidissimi e facilissimi passaggi, senza dover inserire nulla più del PIN della chiavetta) Ubuntu si connette a Internet più velocemente rispetto al programma di Vodafone (Vodafone Mobile Connect) e mantiene la connessione molto meglio del driver stesso di Vodafone!
Morale: il momento in cui abbandonerò definitivamente Windows per Ubuntu si avvicina ogni giorno di più.
Mi chiederete: e a noi che ce ne dovrebbe fregare?
Vi dirò: ragazzi, se mi fate questa domanda, non val la pena che perda il mio tempo a rispondervi!
Il computer è uno strumento, particolare quanto si vuole, ma sempre qualcosa che deve fare ciò che voglio io, non l’inverso.
E se c’è più d’un modo di fare una cosa, voglio conoscerne il più possibile e poi scegliere quello che più mi aggrada; al limite, anche rimanere fedele al primo che ho conosciuto, ma solo se gli altri non si fossero rivelati più soddisfacenti.
In fondo, è solo un’altra declinazione della libertà: se hai solo un’opzione, non sei libero, ma asservito a chi quell’unica opzione ti presenta.
E questo vale non solo per il software, ma per la politica, l’informazione e molto altro.
Non è quindi un caso se Steve Ballmer (il pittoresco ma tostissimo amministratore delegato di Microsoft, già braccio destro operativo di Bill Gates, prima che questi decidesse di ritirarsi dall’impresa e andarsi a godere i fantastiliardi guadagnati con le sue finestrelle infernali), non appena gli parlano di Linux, comincia a schiumare e a blaterare di “comunisti”: certa gente si assomiglia dappertutto.

Rimbalza qui, rimbalza là…

Come mi ha detto di recente un amico, sono anch’io “entrato nel tunnel di Facciadilibro” (per la verità, sarebbe “Librodifaccia”, ma non è il caso di formalizzarsi…), cioè mi sono aperto un account su Facebook e ci perdo un po’ di tempo in cazzeggi vari.
Personalmente, non trovo che Facebook sia poi tutta ’sta gran roba, ma anche qui non è il caso di rivelarsi sempre i soliti snob.
Trovo peraltro fastidioso ricevere inviti a iniziative che — visto che c’è un profilo che riporta certe informazioni su di me — non solo non mi interessano ma, anzi, pure m’irritano un poco.
In particolare, m’è giunta una richiesta a unirmi a un gruppo che chiede il ripristino su Facebook di un giochino chiamato “Rimbalza il clandestino”.
Non ho mai visto quel giochino, per cui non posso esprimere un parere diretto; da quel che se ne è sentito dire, però, dovrei arguire che si tratta di una presa in giro dei barconi di disperati che quasi quotidianamente tentano di approdare sulle nostre coste (il che, di ’sti tempi, è davvero sintomo di disperazione): disperati che taluno chiama “migranti”, talaltro “clandestini”.
Dopo un po’ che il gioco era online, qualcuno ha protestato e Facebook giustamente l’ha estromesso, perché inopportuno e, soprattutto, evidentemente razzista.
Qualche “simpaticone” adesso ha lanciato una specie di petizione per riaverlo online, invocando il diritto di satira e ricordando che non c’erano state altrettante levate di scudi per analoghi giochini in cui il “bersaglio” era Silvio Berlusconi o George W. Bush (il precedente e non rimpianto Presidente degli U.S.A.).
Insomma, sembra quasi che costoro si lamentino per una disparità di trattamento: si può far finta di sparare a un Presidente ma non a un immigrato irregolare? Uffa, la solita sinistra terzomondista e komunista (ovviamente)!
Eh no, cari i miei razzistelli in camicia nerazzurroverde!
Mentre a Berlusconi e Bush si può solo far finta (e ci mancherebbe altro!), a quei poveracci tra un po’ finisce che si spara veramente! (Va poi aggiunto che, in democrazia, i leader hanno — o dovrebbero avere — meno riguardi per la loro privacy delle persone “comuni”, perché quelli hanno poteri e prerogative che questi manco si sognano.)
Neanche a me piace che si violino le leggi, né d’altra parte possiamo noi italiani farci carico di tutte le altrui miserie (ne abbiamo abbastanza per noi, e aumentano); ma un minimo di umanità e di cristiana carità, almeno!
Già quei disperati hanno le loro disgrazie, non mi pare bello né civile mettersi anche a prenderli per il culo (soprattutto considerando che come popolo di emigranti, in quei non lontani tempi eravamo noi “gli stranieri”).
Sono, tuttavia, disposto a eliminare la disparità di trattamento e a appoggiare il ritorno del giochino leghista scemo su Facebook, non appena:
a) i promotori di questa iniziativa avranno pubblicamente e formalmente dichiarato la loro disponibilità a ospitare in casa una famiglia standard di migranti;
b) Silvio Berlusconi farà rientro dalla sua visita in Libia via mare e su un gommone, insieme a una settantina di clandestini (ovviamente, senza che Maroni deroghi dalla sua linea in materia).
Ma possibile che dobbiamo ancora ridurci a scrivere post come questo?
Perché Facebook non permette di rispondere a certi inviti con una bella pernacchia digitale?

After the Ordeal

Detesto avere sempre ragione.

La scampagnata elettorale

Le elezioni, in Italia, si sa, sono un po’ come le allergie di stagione: ogni anno ce n’è una, e provoca insopprimibili pruriti.
Tipo quelli che colgono certi personaggi, soprattutto in ambito locale, folkloristici quanto mai eppure, chissà perché, baciati da tal successo di voti da far ripensare seriamente se sia davvero il caso di mantenere il suffragio universale (come dire che talvolta mi vengono in mente idee che non condivido… aforisma geniale che — ovviamente — non è mio ma dell’immenso Francesco Tullio–Altan).
E allora, non appena si appressano i fatidici comizi, ecco che i suddetti personaggi escono fuori dal loro periodico letargo ed esplodono in tutta la loro creatività propagandistica.
Vanitas vanitatum: come altrimenti giustificare l’esibizione di certi faccioni su poster di metrature sufficienti a ospitare un’intera colonia di boat people nonché responsabili delle crescente deforestazione del pianeta?
Per tacere degli slogan allegati o dei testi che accompagnano i “santini” elettorali certosinamente imbucati casa per casa (e per fortuna che c’è la raccolta differenziata, sennò sai che criminale spreco…).
O meglio, questa volta non intendo proprio tacere; è un dovere civico, anzi un assoluto imperativo morale denunziare gli orribili crimini di questi loschi figuri contro la vittima più indifesa e violentata degli ultimi decenni: la lingua italiana.
Non nominerò il folkloristico personaggio bersaglio dei miei odierni strali, sia perché non voglio correre il rischio che qualcuno dei miei 25 lettori (estenuato da questi preliminari verbali) equivochi e pensi che inviti a votarlo, sia perché comunque la maggior parte degli stessi lo riconosceranno subito (e sono peraltro sicuro che si taglierebbero una parte importante del loro corpo prima di votare per lui…); dirò comunque che ha un paio di cose in comune con Pavarotti e Moggi (e, per quanto mi risulta, non si tratta di noie con la giustizia…).
Ciò doverosamente premesso, ecco in integrale il testo del suo “santino”, in distribuzione da qualche giorno nella mia città (si noti che da oggi è in giro la versione 2.0 del “santino” in questione; per comodità del lettore, riporterò fra parentesi la lezione originale della versione 1.0, per non essere tacciato di faziosa parzialità):

Sono utili alcune osservazioni sulle necessità di rinnovare la vita politica associando giovani candidati, in questo momento più che mai necessari per affrontare le complessità del presente, a persone navigate ma ricche di esperienza.
Un “veterano” accorto amministratore potrà quindi assumere il compito di accompagnare il giovane mettendo a sua disposizione le analisi e le conoscenze dei fatti con l’o biettivo che, nel quinquennio 2009 – 2014 [ver. 1.0: 20014] , di far crescere i futuri amministratori.
Risulterà quindi utile l’appoggio di coloro che per anni hanno lavorato, come minoranza, con grandi sacrifici e dedizione [ver. 1.0: dedicazione] sui problemi che investono la città di P***. (segue la firma declinata rigorosamente per cognome e nome)

Magari in un successivo post (se richiesto, in ciò facendo un’eccezione alla regola di questo blog, secondo cui scrivo solo ed esclusivamente quello che mi va, indipendentemente da eventuali richieste) potrei soffermarmi su una più approfondita analisi testuale, evidenziando sottintesi retropensieri e inconfessati secondi fini dell’autore di queste mirabili righe.
Adesso, tuttavia, credo che sia d’obbligo una domanda: ma perché ca**o si dovrebbe affidare l’amministrazione della propria città a uno che non sa manco mettere due parole di seguito senza offendere quantomeno grammatica e sintassi?
La risposta non può che essere una: la gente vede il faccione sul recto e perde di colpo quel microgrammo di voglia che poteva avere per girare il “santino” e leggere il testo sul verso.
Ciò mi suggerisce due amare e agghiaccianti riflessioni:
1) è per questo che le cose vanno tanto a schifo;
2) io non ho nessuna chance di essere eletto.

Vietato morire

Se la Camera dei Deputati non apporterà ulteriori modifiche e il testo della legge sul testamento biologico rimarrà quello licenziato oggi dal Senato, toccherà rassegnarsi a questa realtà: i cittadini italiani sono stati espropriati della loro vita.
Con buona pace dell’articolo 32 della Costituzione, il cui comma secondo testualmente recita: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
Certo, apparentemente ci è possibile dettare le nostre volontà nel caso ci capitasse qualcosa per cui ci ritrovassimo in coma irreversibile permanente; peccato che quelle volontà non valgano neppure la carta sulle quali siano scritte.
E ha voglia l’ineffabile Gasparri a dire che in ogni caso è vietato l’accanimento terapeutico: se alimentazione e idratazione artificiale (che sono trattamenti sanitari, checché ne dicano; o credete forse che vi sparino in vena spaghetti all’amatriciana frullati?) devono comunque essere somministrate, ecco che la gasparriana foglia di fico non basta più a coprire le vergogne dei feroci pasdaran della sopravvivenza a oltranza.
Quale sarà la prossima mossa? La reintroduzione del suicidio nel novero degli illeciti penali? (Per quanti non lo sapessero, sino a non moltissimo tempo fa — il Suicide Act inglese è del 1961 — certe legislazioni, anche nei paesi occidentali, prevedevano come sanzione per il suicidio crudeli rituali punitivi sul corpo del suicida e la confisca del patrimonio familiare; se, poi, il suicida aveva la ventura di sopravvivere al proprio atto, lo attendevano le patrie galere…)
Neanche i più biechi regimi totalitari erano giunti a tanto: e costoro hanno ancora la faccia di dirsi liberali?
Aridatece er puzzoneeee!!!!”