Parlando del Ministro della funzione pubblica Renato Brunetta, Massimo D’Alema si è lasciato scappare l’espressione “energumeno tascabile”.
Che il Ministro Brunetta ostenti, e non da ieri, modi un tantino (eufemismo) aggressivi è un fatto, e può ampiamente giustificare l’epiteto di “energumeno”; l’aggettivo “tascabile” (con evidente riferimento alla statura non proprio da gigante del Ministro Brunetta), tuttavia, rappresenta una spiacevole caduta di stile (per quanto se ne siano sentite, da sinistra ma soprattutto da destra, di ben più pesanti…) e va giustamente stigmatizzata.
Certo che sentire il coro degli esponenti della maggioranza di centrodestra fare a gara a chi è più severo con D’Alema fa un certo effetto (di sicuro, non si comportarono così quando il loro signore & padrone Silvio Berlusconi definì i magistrati “geneticamente diversi” e “mentalmente disturbati” oppure gli elettori che non votavano per lui “coglioni”; e non finirebbe qui…).
Come dire: il bue che dà del cornuto all’asino.
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Razzista a chi?
Pubblicato Mercoledì 22 Ottobre 2008 Politica & dintorni 2 CommentiTags: Brunetta, D'Alema, Politica, razzismo
Cassandra crossing
Pubblicato Martedì 7 Ottobre 2008 Di tutto un po’ Lascia un commentoTags: Venezia Calatrava ponte
Ebbene, il ponte della Costituzione — ossia il quarto ponte sul Canal Grande, ossia ancora il ponte di Calatrava — è finalmente transitabile (finito non ancora, perché manca l’ovovia per i disabili, di prossima realizzazione), e da ambo i suoi capi conduce da qualche parte.
Pare che molti si siano lamentati che sia facile mettere il piede in fallo e ruzzolare indecorosamente (e dolorosamente).
Mah, io l’ho affrontato ieri sera per la prima volta, con curiosità e un minimo di apprensione, e sono arrivato sano e salvo dall’altra parte.
Magari bisognerà che ci ripassi in altri momenti della giornata e con altre condizioni meteorologiche, ma non mi è affatto sembrato più pericoloso degli altri millanta ponti che ci sono a Venezia.
Probabilmente la gente ruzzola giù da Rialto o dall’Accademia o dagli Scalzi (gli altri tre ponti sul Canal Grande) con la stessa intensità e frequenza che dalla Costituzione, ma a Venezia sono bravissimi ad affossare ogni cosa nuova e interessante che si tenti di realizzare (vedi l’ospedale di Le Corbusier), preferendo — quando proprio non se ne può fare a meno — rifugiarsi nella comoda e rassicurante retorica del “dov’era, com’era” (col risultato di creare tarocchi e pietrificare la città nel suo ruolo di Las Vegas in Europa — insomma, non mi stancherò mai di ribadire che con la Fenice si è persa l’ennesima occasione irripetibile).
Cari i miei veneziani e turisti che ruzzolate rovinosamente giù dal ponte della Costituzione e poi vi lamentate, nell’ordine:
- del ponte;
- dell’architetto Calatrava;
- degli architetti in generale;
- del sindaco Cacciari;
- della sinistra e dei comunisti;
- etc. etc.;
ma guardare dove si mettono i piedi pareva brutto?
Avvocati ai tempi della destra
Pubblicato Giovedì 25 Settembre 2008 Politica & dintorni Lascia un commentoTags: avvocati, Politica
C’è qualcosa di malato nel profondo dell’avvocatura italiana.
Siamo bravissimi a riempirci la bocca di meravigliose enunciazioni di alti principi, soprattutto quando vanno a vantaggio della categoria (e di noi che ne facciamo, più o meno degnamente, parte).
In effetti, se si considera attentamente che cosa comporta il lavoro dell’avvocato, il severo richiamo ai principi non è solo opportuno, è doveroso: in fondo, i clienti ci affidano parti più o meno importanti delle loro vite e il minimo che si possano aspettare è che l’avvocato sia una persona onesta e non tiri a fregarli.
Quindi l’avvocato, oltre a sapere di legge, dovrebbe anche rispettarla… giusto?
E il rispetto della legge non dev’essere solo la tartufesca osservanza della lettera della norma: per fare un esempio, è vero che l’art. 104 della Costituzione recita che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, ma solo chi sia in malafede può ostinarsi a sostenere che, per ciò solo, essa non incarni un Potere dello Stato (quello Giudiziario, secondo la classica tripartizione di Montesquieu) ma sia solo — appunto — un “ordine”, quasi che i magistrati fossero una specie ibrida fra il professionista e l’impiegato pubblico; in realtà, l’inciso “da ogni altro potere” dovrebbe chiarire che proprio di un “potere” si tratta (se no, perché l’aggettivo “altro”?).
L’onestà del giurista, quindi, dev’essere anche, se non soprattutto, intellettuale.
Cosicché, quando un avvocato assurge alle più alte cariche dello Stato (parlamentare, ministro, etc.) onestà (intellettuale, ma non solo…) vorrebbe che pensasse ai casi della nazione e non più a quelli dei suoi clienti (in certi casi, la carica comporta l’incompatibilità con l’esercizio della professione e la cancellazione automatica dall’Albo professionale di appartenenza: così fu nel caso dell’Avv. Giovanni Maria Flick, dapprima ministro della Giustizia nel primo Governo Prodi e poi Giudice Costituzionale).
Sciaguratamente, non sono mancati e non mancano tuttora i casi di avvocati che continuano a difendere il loro cliente fuori delle aule giudiziarie ma dentro le Aule Parlamentari: come dimenticare il meraviglioso “Duo Pecorina” (Pecorella + Ghedini: avvocati di chiara fama, giuristi sopraffini, avvocati al soldo di S.B.)?
Ma tant’è: noi avvocati siamo anche estremamente competitivi, e il collega, ora deputato, Giuseppe Consolo, si è ben pensato di proporre una leggina che introduce notevoli guarentigie per i ministri relativamente ai fatti commessi al tempo in cui ricoprivano la carica, anche se detti fatti nulla abbiano a che vedere con il ruolo ministeriale.
Ma andiamo con ordine e cerchiamo di comportarci da giuristi.
Innanzitutto, l’art. 96 della Costituzione stabilisce che “il Presidente del Consiglio dei ministri e i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale”.
In altre parole, se il Presidente del Consiglio o un Ministro si avvale delle sue funzioni istituzionali per commettere un reato, occorre l’autorizzazione del Parlamento per poterlo processare.
In un paese civile, questa norma avrebbe il suo senso; qui da noi è pressoché un’istigazione a delinquere (i casi in cui è stata concessa l’autorizzazione a procedere contro un parlamentare o un ministro sono alquanti rari…).
Ma proseguiamo: per le questioni inerenti il Presidente del Consiglio e i Ministri è stato istituito un Giudice speciale, il cosiddetto Tribunale dei Ministri, che ha la competenza per le indagini sui reati ministeriali; se il Tribunale ritiene che il reato ministeriale sussista, è prevista una procedura che culmina con la richiesta al Parlamento di concedere l’autorizzazione a procedere penalmente contro l’indagato di turno; se il Parlamento ritiene, “con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo” “a maggioranza assoluta dei suoi componenti” può “negare l’autorizzazione a procedere” (così l’art. 9, comma 3, della Legge Costituzionale 16/01/1989 n. 1); altrimenti rimette gli atti al Tribunale dei Ministri perché questi poi completi la procedura rimettendo a sua volta le carte al competente Giudice ordinario per il processo penale.
Se, invece, il Tribunale dei Ministri ritiene che il caso non presenti profili penalmente rilevanti, archivia il procedimento tout court; mentre se ritiene che il caso non rientri nella sua competenza perché “il fatto integra un reato diverso da quelli indicati nell’articolo 96 della Costituzione” “dispone la trasmissione degli atti all’autorità giudiziaria competente a conoscere del diverso reato” (così l’art. 2 L. 5/06/1989 n. 219).
Orbene, la proposta di legge n. 891 d’iniziativa del deputato Consolo, presentata l’8/05/2008 e intitolata “Modifica all’articolo 2 della legge 2 giugno 1989, n. 219, in materia di reati ministeriali” prevede di sostituire l’inciso supra evidenziato con il seguente: “trasmette gli atti con relazione motivata al procuratore della Repubblica per la loro immediata rimessione al Presidente della Camera competente ai sensi dell’articolo 5 della legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1; a tale Camera è riservata la valutazione circa la riconducibilità dei reati a quelli indicati nell’articolo 96 della Costituzione”.
In altre parole, se la proposta Consolo divenisse legge, per qualsiasi reato commesso da un soggetto al tempo in cui abbia rivestito la carica di Presidente del Consiglio dei ministri o di Ministro dovrebbe essere sempre richiesta l’autorizzazione a procedere da parte del Parlamento!
Sin qui, saremmo alle solite manfrine della Casta che fa di tutto e di più per pararsi il culo.
C’è, però, che il deputato Consolo è anche avvocato e, guarda caso, l’avvocato del Ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, il quale è attualmente indagato dalla Procura della Repubblica di Livorno per favoreggiamento di un reato ambientale (commesso alcuni anni fa, quando era Ministro dell’Ambiente — però! — nel precedente Governo Berlusconi).
La notizia è salita alla ribalta della cronaca perché la proposta di legge ha ripreso in questi giorni il suo cammino nella Commissione Giustizia della Camera dei Deputati.
Riappare quindi l’odioso modus operandi di quanti, giacché possono, si difendono dal processo e non nel processo.
È questa, dunque, la Giustizia secondo gli alfieri del motto “Legge e Ordine”?
Un abito su misura per gli amici e per gli amici degli amici?
Similes cum similibus congregantur: la prima Repubblica potrà anche essere morta ma, a giudicare dal fetore, l’attuale ne è solo lo zombie.
E, per restare a noi (avvocati), questo è solo un altro dei motivi per cui, quanto a considerazione, stiamo quasi a zero.
Vacanze romane
Pubblicato Mercoledì 3 Settembre 2008 Cose troppo grandi Lascia un commentoTags: Englaro
Me ne stavo bel bello sotto l’ombrellone a sghignazzare sulle ironie della vita (tipo le vicende della figlia diciassettenne della candidata repubblicana a Vice Presidente degli Stati Uniti d’America, sulla quale magari scriverò qualcuna delle mie cattiverie nei prossimi giorni) quando ho letto dell’ultima sparata della signora Lucetta Scaraffia sull’Osservatore Romano.
A detta di costei, «l’idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona, mentre il suo organismo – grazie alla respirazione artificiale – è mantenuto in vita, comporta una identificazione della persona con le sole attività cerebrali, e questo entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica».
Personalmente, quel poco di considerazione che avrei potuto nutrire per la signora Scaraffia si è definitivamente consumato quando costei (che pur dovrebbe essere una storica, a quanto si dice) ha introdotto l’immagine della Rupe Tarpea nel dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza (rimando a me stesso per ulteriori particolari; il fatto è che già debbo sforzarmi di tollerare chi la pensa diversamente da me e, non pago, cerca di impormi il suo punto di vista a tutti i costi; ma proprio non ci vedo più quando si tenta di farlo millantando una cultura che non si possiede: questa è autentica prepotenza).
Al di là di ciò, osservo che:
- il dramma di Beppino ed Eluana Englaro deve rappresentare una vera e propria spina nel fianco (stavo per scrivere un’altra parola, ma ho preferito moderarmi per non essere ancora una volta accusato di volgarità ed esagerazione) per il Vaticano, al punto di non badare affatto ai possibili effetti collaterali della campagna politica e mediatica che ha ultimamente scatenato al riguardo (trapianti di organi, bye bye);
- le scuse di Wojtila a Galileo non valevano il fiato speso per pronunziarle, visto che le gerarchie cattoliche continuano a pretendere che la scienza rimanga in posizione ancillare rispetto alla fede (quale fede, poi?);
- se non altro, la signora Scaraffia ci dice expressis verbis che, per la Chiesa Cattolica, il cervello, cioè la ragione, non è ciò che effettivamente caratterizza la persona umana e la distingue dal resto delle creature animali; non che non ce ne fossimo già accorti, ma almeno adesso ne abbiamo autorevole conferma.
Bene, miei cari amici cattolici, adesso sapete che per i vostri superiori non c’è differenza fra voi e un paramecio.
Cos’è un paramecio, mi chiederete; è un organismo unicellulare, in cui praticamente coincidono il cervello e il buco del culo (ecco, lo sapevo, non ce l’ho fatta a rimanere politically correct!).
Ma la vita (quella reale, non la Vita di cui tromboneggiano la predetta Scaraffia e i suoi amici e gli amici degli amici…) è più intelligente di quanti pretendono di conoscerla, definirla e comandarla (agli altri, of course…): per cominciare, in Vaticano qualcuno che ancora il cervello lo usa c’è, e si è affrettato a dettare un opportuno distinguo, affermando che l’articolo della signora Scaraffia non è un atto di magistero ma una libera opinione (non siamo ancora alla sconfessione piena, perché i preti sono maestri nel tenere i piedi in due staffe, e chissà mai che qualche gonzo abbocchi alle parole di Scaraffia…).
(Ci sarebbe poi il caso di Bristol Palin, ma di quello, come ho detto, più avanti…)
Per quanto mi riguarda, non sono poi così scontento di non ritrovarmi fra le persone umane “secondo la dottrina cattolica”: rimane aperta la discussione su come io usi il mio cervello (bene, male, peggio, per niente… fate pure il vostro gioco, ch’io farò il mio), ma — vivaddio! — almeno ce l’ho!
Mi resta solo una punta di tristezza nel constatare come certa gente in vacanza non ci vada mai.
Miserie e basta
Pubblicato Lunedì 4 Agosto 2008 Politica & dintorni 3 CommentiTags: Cassazione, Englaro, testamento biologico
E così la Procura Generale della Repubblica di Milano ha presentato ricorso per cassazione contro il decreto della Corte d’Appello meneghina che aveva autorizzato la cessazione dell’alimentazione e idratazione forzate per Eluana Englaro.
Non conoscendo a fondo la vicenda sotto il profilo giuridico, non faccio commenti e mi limito a sperare che la Corte di Cassazione si pronunci — comunque riterrà di farlo — entro tempi rapidi, se non altro per rispetto al calvario di Beppino Englaro e di sua moglie.
Spero anche che il Procuratore Generale di Milano si sia risolto al passo perché sinceramente convinto che la Corte d’Appello abbia emesso un provvedimento errato rispetto al vigente ordinamento giuridico della Repubblica Italiana: è solo quella la legge cui i magistrati sono soggetti (e se qualche magistrato cominciasse a cianciare di leggi morali o religiose, faccia allora il suo dovere e si dimetta…).
Si può e si deve, invece, gridare indignazione per la decisione del Parlamento di sollevare il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato avanti la Corte Costituzionale, sul risibile assunto che la Corte di Cassazione si sarebbe sostituita al legislatore (qui, lo scrivo volutamente con l’iniziale minuscola) nel pronunziare la sentenza che è stata poi presa a fondamento del ricordato decreto della Corte d’Appello di Milano.
Al di là delle implicazioni etiche della vicenda, la cosa oggettivamente scandalosa è il baratro d’insipienza dal quale i nostri deputati e senatori pontificano la loro fluida e ripugnante morale.
Sia dunque chiaro a tutti: la prima cosa che ti insegnano (o, quantomeno, che hanno insegnato a me) alla Facoltà di Giurisprudenza è che l’ordinamento giuridico — più ancora che Madre Natura — non tollera vuoti; l’ordinamento giuridico è completo per definizione; il che significa che, se in un determinato caso, manca una norma che espressamente lo contempli e disciplini, il giudice chiamato a decidere sulla domanda ha il dovere di pronunziarsi comunque, applicando le leggi esistenti e i principi generali ricavabili dall’ordinamento stesso per analogia.
In altri termini, se il legislatore (ut supra) ha finora pavidamente omesso di legiferare in materia di testamento biologico, il giudice deve (e non può fare altrimenti) ugualmente provvedere in materia.
Parlare di “supplenza” è improprio, ma se proprio si vuole, trattasi di “supplenza obbligata”; per cui piantiamola di prendere per il culo la gente e diciamo le cose come stanno (e già che ci siamo, diciamo pure che il “primato della politica” è una stronzata megagalattica; il popolo sarà anche sovrano, ma non basta una maggioranza a far sì che la “cura Di Bella” sia altro che un’illusione per i disperati su cui un pugno di politicanti da quattro soldi ha lucrato una schifosa cadrega per le loro altrettanto schifose terga — tanto per fare un esempio non troppo lontano nel tempo… se già non lo si è opportunamente dimenticato).
Quindi, pollice verso per questa destra che ogni giorno di più mostra la sua pochezza culturale, prima ancora che morale.
E pollice doppiamente verso per il Partito Democratico: adesso me ne butteranno fuori, ma non è possibile che Rutelli, Binetti & C. paralizzino in questo modo anche quel poco che resta di un bel tentativo.
Va a finire che comincio ad avere simpatia per Di Pietro e Pannella e, soprattutto, a rimpiangere Bettino…
A margine di quanto accaduto l’8 luglio scorso in Piazza Navona, a Roma (I)
Era certo legittimo nutrire qualche dubbio sui meriti e sulle competenze tecnico–politiche di Sua Eccellenza il Ministro delle Pari Opportunità, Onorevole Mara Carfagna, se non altro perché noi “grande pubblico” ne abbiamo sin qui ricevute poche o punto notizie; come a dire che forse non è stato per quegli specifici meriti che la Signora Carfagna è assurta dapprima al Parlamento e infine al Governo della Repubblica.
Altrettanto certo, tuttavia, che Sabina Guzzanti non dovesse abbandonarsi alle note e riportate volgarità sul conto della Signora Carfagna, circa suoi presunti ma indimostrati rapporti con il Presidente del Consiglio Onorevole Silvio Berlusconi.
Oltre a essere stato un gesto estremamente maleducato, è stata una colossale idiozia, poiché si è offerto il destro alla destra di rinfacciare ai suoi detrattori ciò che più di frequente le viene — giustamente — rimproverato, cioè la volgarità (appunto).
Sabina Guzzanti e i suoi fiancheggiatori hanno dimenticato una delle fondamentali leggi di Murphy, che recita: “Non discutere mai con un imbecille: la gente potrebbe non notare la differenza”.
***
A margine di quanto accaduto l’8 luglio scorso in Piazza Navona, a Roma (II)
Sua Eccellenza il Ministro delle Pari Opportunità, Onorevole Mara Carfagna, nel comunicato in cui preannunziava che avrebbe sporto querela per le frasi diffamatorie di cui è stata oggetto, si è concessa la perfidia di indicare Sabina Guzzanti non in quanto tale ma solo come “figlia del Parlamentare di Forza Italia Paolo Guzzanti”; ben sapendo che i rapporti fra padre e figlia non sono esattamente idilliaci.
Paolo Guzzanti (a proposito, vi ricordate il suo amico e collaboratore Mario Scaramella?), spinto forse dall’istinto paterno — o forse volendo prendere le distanze — ha deplorato tale ministeriale perfidia.
In tutto ciò, si è forse trascurata proprio l’importanza e, magari, l’influenza di tale rapporto padre–figlia; come a dire che l’Abate Mendel non sparava cazzate.
***
Altri padri, altre figlie
La triste e dolorosa vicenda di Eluana Englaro e di suo padre Beppino meriterebbe, a questo punto, solo un rispettoso silenzio.
Inevitabile, invece, e puntuale e gradita quanto un ispettore delle tasse è giunta la rabbiosa presa di posizione del Vaticano.
Con quanta facilità si pontifica sulle cose che non ci toccano personalmente!
A dispetto della determinazione mostrata in questi ultimi sedici anni, e della dignitosa serenità delle sue ultime dichiarazioni, io credo che Beppino Englaro dovrà fare un immenso sforzo per dare esecuzione alla volontà di sua figlia, per quanto doloroso possa essere per lui vedere Eluana nelle condizioni in cui ancora versa; e ciononostante farà quel che sente di dover fare, perché l’amore di un genitore per le sue creature, alla fine, è più forte di tutto, anche dell’istinto di sopravvivenza (in questo caso, riferito alla tranquillità mentale, perché temo che comunque Beppino Englaro, in quel momento, almeno un poco sentirà dentro di sé di stare uccidendo sua figlia, anche se non è vero).
Perché Beppino Englaro pensa a sua figlia da viva, nel mentre il degnissimo Monsignor Rino Fisichella (che padre non dovrebbe esser mai stato, per quanto ne possiamo sapere) ragiona (ragiona?) pensando alla Vita (che, come noto, nessuno ha mai incontrato, né ci ha mai preso, per dire, un caffè insieme).
E così facendo, si dimostra carente di una virtù, che magari non rientrerà nelle sette canoniche, ma di cui un cristiano (meglio: un essere umano) dovrebbe esser dotato: la pietà.
Svanita anche l’illusione del dialogo, all’opposizione non rimane che la macumba.
Ho visto il futuro.
Se siete stati a Venezia negli ultimi tempi, non potete non averlo notato: la riva di Piazzale Roma e quella della Ferrovia sono adesso collegate dal quarto ponte sul Canal Grande (che per ora non ha ancora un nome, se non quello dell’architetto che l’ha progettato, Santiago Calatrava).
Certo, il ponte non è ancora completato – ben che vada, forse lo si potrà percorrere dalla primavera dell’anno prossimo.
C’è però un altro problema, e non da poco: dal lato della Ferrovia, ai piedi del ponte non c’è un metro che sia transitabile, poiché il percorso che dovrebbe condurre alla stazione di Santa Lucia è fisicamente sbarrato dalle impalcature di un cantiere per lavori che si dovrebbero effettuare sugli edifici contigui alla stazione stessa.
Ça va sans dire che quel cantiere appare fermo (perlomeno, io – ma non faccio, invero, molto testo – non ci ho mai visto nessuno al lavoro…), desolatamente deserto.
Lo scenario più probabile ci mostra, quindi, l’ennesima italica cattedrale nel deserto: un ponte che nessuno attraverserà, se non mai, perlomeno sino a che non avranno completato i collegamenti (in questo caso, solo pedonali) da e con i luoghi che tale ponte è stato fatto per collegare.
Son piccole cose, in fondo: non so quanto esattamente largo sia il Canal Grande in quel punto, ma a occhio e croce direi fra una cinquantina e una settantina di metri; e dalla riva alla Stazione saranno altri due–trecento metri al massimo (tanto che, a ben vedere, di ’sto ponte non c’era poi tutto quel bisogno…).
Con tutto questo, già ora sono quasi un anno in ritardo sul previsto e i costi sono lievitati in misura sensibile.
Bene, questa è un’opera tutto sommato di piccole dimensioni, e viene realizzata in una città che, per quanto peculiare, è pur sempre nel cuore del mitico Nordest…
Provate, adesso, a ingrandire questa situazione – diciamo di una settantina di volte? solo, beninteso, per le misure basilari – e vi ritroverete sullo Stretto di Messina.
In realtà, e lo sappiamo benissimo, e non da ieri, il ponte sullo Stretto di Messina è molto più oneroso, problematico e pericoloso da realizzare di qualsiasi passerella pedonale sul Canal Grande (perché, in fondo, il ponte di Calatrava questo è); senza trascurare il fatto che la passerella sul Canal Grande è nei fatti molto, molto più utile del ponte sullo Stretto…
Sono anni che, dalle fonti più insospettabili (last but not least, Emma Marcegaglia, neo-Presidente di Confindustria, non esattamente un’estremista di sinistra no-global…), si sente ripetere che, prima di fare il ponte sullo Stretto, è fondamentale realizzare le infrastrutture in Sicilia (bazzecole tipo strade, autostrade, ferrovie – già che ci siamo, perché non anche una rete di acquedotti degna del nome?).
Parole al vento, si vede; in certi posti, è altrettanto evidente come pesino di più (quanto e anche più del piombo…) le parole di ben determinati amici (degli amici, of course).
Ma, buon Dio! non abbiamo quasi neppure più le pezze da metterci voi–sapete–dove, e dobbiamo buttare una vagonata di miliardi (non di “vecchie lire” ma di attualissimi Euro!) solo perché un signore tracagnotto e attempatello possa vellicare una volta di più il suo ego di cafoncello brianzolo nell’ennesima posa di una prima (e ultima) pietra?
Ho visto il futuro: non ce lo possiamo permettere.
ATTENZIONE: questo post è politicamente scorrettissimo. Leggetelo a vostro rischio e pericolo.
Nel corso della puntata di “Annozero” dedicata ai commenti sull’appena trascorsa tornata elettorale, l’architetto Massimiliano Fuksas si è espresso in termini alquanto poco gentili nei confronti degli elettori che avevano così massicciamente premiato il Cavalier S.B. e la sua ghenga; tant’è vero che Michele Santoro si è affrettato a prendere le distanze dal focoso Fuksas e a ribadire il rispetto per tutti gli elettori, indipendentemente dalle loro concrete scelte nell’urna.
E tuttavia…
Immaginate di aver comprato da un signore non meglio identificato, che esponeva la sua mercanzia su un telo steso sul marciapiedi, una borsa di Gucci (o di Prada o di Louis Vuitton etc.), pagandola qualche decina di Euro; e di aver poi fatto dono della predetta alla vostra fidanzata/moglie/compagna etc.; e che questa ve l’abbia poi tirata dietro (insieme a un mucchio di male parole) perché trattavasi di un tarocco riconoscibile da un chilometro di distanza nonché, per punizione, non ve l’abbia più data per almeno un mese.
Bene, immaginate ancora che qualche settimana dopo, dallo stesso venditore abbiate comprato un’altra, identica borsa di Gucci (o di Prada o di Louis Vuitton etc.), pagandola sempre quelle poche decine di Euro, e che ancora una volta l’abbiate regalata alla vostra fidanzata/moglie/compagna etc., la quale vi abbia trattato alla stessa identica maniera, anzi questa volta non ve l’abbia neppure fatta vedere per due mesi.
E che, non paghi di un tanto, siate tornati una terza volta dallo stesso venditore e abbiate ripetuto un’altra volta tutta la manfrina con la vostra fidanzata/moglie/compagna etc.; e che quest’ultima, a questo punto, abbia pure chiesto il divorzio (o equivalente).
Come vi definireste, in tutta onestà?
Bene, se siete fra quelli che hanno votato Berlusconi, sapete cosa pensare di voi stessi.
Sono un inguaribile ottimista, riesco a trovare qualcosa di positivo anche nell’esito di queste elezioni: bye bye Bertinotti, Diliberto, Pecoraro Scanio, Mastella, De Mita, Santanché, Storace, Ferrando, Boselli, etc. etc.
Abbiamo cominciato a fare pulizia, e anche solo per questo, grazie Walter!
Il problema è che il grosso della monnezza è rimasto, e non sto parlando di Napoli…
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