Archivio per la categoria 'Di tutto un po’'

Cassandra crossing

Ebbene, il ponte della Costituzione — ossia il quarto ponte sul Canal Grande, ossia ancora il ponte di Calatrava — è finalmente transitabile (finito non ancora, perché manca l’ovovia per i disabili, di prossima realizzazione), e da ambo i suoi capi conduce da qualche parte.
Pare che molti si siano lamentati che sia facile mettere il piede in fallo e ruzzolare indecorosamente (e dolorosamente).
Mah, io l’ho affrontato ieri sera per la prima volta, con curiosità e un minimo di apprensione, e sono arrivato sano e salvo dall’altra parte.
Magari bisognerà che ci ripassi in altri momenti della giornata e con altre condizioni meteorologiche, ma non mi è affatto sembrato più pericoloso degli altri millanta ponti che ci sono a Venezia.
Probabilmente la gente ruzzola giù da Rialto o dall’Accademia o dagli Scalzi (gli altri tre ponti sul Canal Grande) con la stessa intensità e frequenza che dalla Costituzione, ma a Venezia sono bravissimi ad affossare ogni cosa nuova e interessante che si tenti di realizzare (vedi l’ospedale di Le Corbusier), preferendo — quando proprio non se ne può fare a meno — rifugiarsi nella comoda e rassicurante retorica del “dov’era, com’era” (col risultato di creare tarocchi e pietrificare la città nel suo ruolo di Las Vegas in Europa — insomma, non mi stancherò mai di ribadire che con la Fenice si è persa l’ennesima occasione irripetibile).
Cari i miei veneziani e turisti che ruzzolate rovinosamente giù dal ponte della Costituzione e poi vi lamentate, nell’ordine:

  • del ponte;
  • dell’architetto Calatrava;
  • degli architetti in generale;
  • del sindaco Cacciari;
  • della sinistra e dei comunisti;
  • etc. etc.;

ma guardare dove si mettono i piedi pareva brutto?

Documentarsi, prima…

Tanto per dare qualche ulteriore argomento ai miei detrattori, dichiaro di essere un regolare lettore di Repubblica (fra le varie ragioni, perché è un quotidiano scritto come io lo voglio leggere; per lo stesso motivo, mi tengo scrupolosamente alla larga dal Giornale, anzi aggiungo che, le poche volte che per spirito bipartisan mi ci sono provato, non sono neppure riuscito a terminare la lettura di un solo articolo su quest’ultimo pubblicato…).
Non solo, rendo pure noto di essere un affezionatissimo dell’“Amaca” di Michele Serra, per il modo in cui scrive oltre che per le cose che scrive.
Sono, pertanto, rimasto un tantino deluso dal pezzo uscito oggi, nel quale Serra giustamente biasima i toni fanatici e grossolani usati da Lucetta Scaraffia in un suo pezzo di critica alla Ministra Pollastrini uscito sul Corriere della Sera del 5 febbraio 2008 (testualmente, Serra parla di “violenta scemenza” e non posso dargli torto…).
Scaraffia parla di “soluzione Rupe Tarpea” riferendosi sbrigativamente a quei casi nascite estremamente premature e, in particolare, di feti che sopravvivono a un intervento di interruzione volontaria della gravidanza di tipo terapeutico, nei quali i genitori sono contrari alle procedure di rianimazione del feto.
Serra spiega che il riferimento alla Rupe Tarpea “ha molta fortuna, come metafora extra–strong, tra i militanti anti–abortisti di ieri e di oggi: alle sciagurate che non vollero o non poterono portare a termine la gravidanza, si grida, agitando il ditino o il ditone (a seconda dei casi) che hanno fatto una cosa da ‘Rupe Tarpea’”.
(Per altri casi di utilizzo della suddetta metafora, si vedano il blog Censurarossa e il blog Camillo — Diario di una dieta speciale di Giuliano Ferrara).
Siccome, purtroppo, la cultura classica tende oggidì all’estinzione, Serra si premura di fornire una premessa esplicativa, precisando che dalla Rupe Tarpea “gli spartani buttavano i neonati inadatti non alla vita, ma alla guerra”.
Spero per Serra che il suo vecchio professore di storia al Liceo non legga mai queste sue righe.
A costo di apparire colui che guarda il dito e non la luna, vorrei ricordare che:

  • è vero che gli Spartani effettuavano una spietata selezione dei neonati, ma non li precipitavano da una rupe: li esponevano, cioè, li abbandonavano all’aperto di notte; se sopravvivevano, li recuperavano, altrimenti ne seppellivano poi il cadaverino; agghiacciante metodo di selezione “naturale”, ma che aveva quantomeno il pregio di offrire un’estrema chance (si fa per dire…);
  • in realtà, la Rupe Tarpea si trova a Roma, e da quel luogo gli antichi romani precipitavano coloro che erano stati condannati come traditori della patria.

Concludendo: caro Michele Serra, continuerò a leggermi e gustarmi la Sua “Amaca”, ma in futuro, per favore, non offra più a quei beceri ignorantoni di destra il destro (scusi il voluto bisticcio) di trovare dei punti in comune con Lei; di qui a ficcarLe da qualche parte la trave che si portano nell’occhio, il passo sarebbe brevissimo.

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Now playing: Marilyn Mazur – Clear
via FoxyTunes

Un momento di pura poesia

Girando e rigirando nel cerchio che s’allarga
il falcone non può udire il falconiere;
le cose crollano; il centro non può reggere;
pura e semplice anarchia è liberata sul mondo,
e così la marcia torbida di sangue, e ovunque
la cerimonia dell’innocenza è sommersa;
i migliori han perso ogni convinzione, mentre
i peggiori sono colmi d’appassionata intensità.

Di sicuro qualche rivelazione è prossima;
di sicuro è imminente il Secondo Avvento.
Il Secondo Avvento! Non appena dette queste parole
un’immensa immagine dallo Spiritus Mundi
tormenta il mio sguardo: da qualche parte, nelle sabbie del deserto,
una figura con corpo di leone e la testa d’un uomo,
lo sguardo fisso, vuoto e spietato come il sole,
muove le sue lente cosce, mentre tutt’intorno a lei
turbinano le ombre degl’indignati uccelli del deserto.
L’oscurità cala ancora; ma ora io so
che venti secoli di sonno di pietra
furon volti in incubo dal dondolio d’una culla,
e quale rude bestia, la sua ora alfine giunta,
avanza su Betlemme per nascere?

“Il Secondo Avvento” di W.B. Yeats (per ragioni di copyright, non posso riportare il testo originale, ma solo la traduzione che mi dilettai a farne cinque anni fa circa) non tradisce mai.
Non sapremo mai, forse, cosa volesse veramente dire Yeats — o cosa si fosse fumato/bevuto/etc. al momento di scrivere quella poesia — ma quando la situazione si butta a schifo (“le cose crollano; il centro non può reggere”: già sentito qualcosa del genere, di recente?) si rivela sempre la citazione più azzeccata.
Dato, poi, che qua da noi non la conosce praticamente nessuno (a parte qualche vaghissimo intellettualoide sinistrorso, quorum ego), si riesce anche a fare — all’inizio — bella figura.
Per quale precisa ragione la sto riportando adesso, mi chiedete?
Volevo scrivere qualcosa di bello, una volta tanto…

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Now playing: Danilo Rea – Silence
via FoxyTunes

Pensierino

A proposito dei convertiti neo–integralisti, di qualunque latitudine, colore e orientamento (dagli ex–comunistissimi Sandro Bondi e Ferdinando Adornato, ora pasdaràn liberal–berlusconiani, al fu radicale arrabbiato e ora baciapile moderato Francesco Rutelli — che Dio ce ne scampi e liberi quanto prima): è tutta gente che col proprio passato e con la vita ha finalmente fatto i conti, e li ha sbagliati.

Cronaca vera

Solitamente, gli attacchi all’Unione Europea provengono dalle parti politiche considerate — a torto o a ragione — meno attente e sensibili ai temi culturali (effettivamente, “Lega Nord” e “cultura”, affiancati, formano uno splendido ossimoro).
Peraltro, va pure detto che spesso e volentieri l’Unione Europea cade nel “sonno della ragione” che, com’è noto, “genera mostri” (sotto forma di direttive).
Ricordato, per inciso, i vari tentativi di mettere fuori legge alcune autentiche prelibatezze gastronomiche (soprattutto, certi formaggi, in gran parte italiani: e noialtri, pirla a fare poco o nulla al riguardo) col pretesto di un’assurda tutela igienica, l’ultima perla è costituita dalla direttiva 2006/115/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 12 dicembre 2006, la quale, in buona sostanza, imporrebbe alle biblioteche pubbliche di effettuare il prestito dei libri solo dietro pagamento di un corrispettivo.
Contro questa direttiva si è levata una campagna a livello continentale, in difesa del prestito gratuito, appoggiata anche da numerosi autori in prima persona.
E si capisce: il prestito gratuito, se può essere visto come un fattore di ridotti guadagni per gli autori e (soprattutto) per gli editori, costituisce sotto altro profilo un importante mezzo di promozione e diffusione del libro e della lettura; in altri termini, è un vero e proprio investimento per il futuro (d’altronde, chi ama leggere tiene anche al possesso fisico dell’oggetto amato, nella specie: il libro).
Per parte mia, quindi, pur non essendo un diretto fruitore delle biblioteche pubbliche (mi piace avere la mia biblioteca privata), non posso che simpatizzare e reindirizzare.
Piuttosto, mi sta sui cosiddetti che una notizia del genere non abbia trovato spazio sui media (quotidiani e telegiornali), all’evidenza distratti dalle avventure di Paris Hilton…
E poi ci lamentiamo che il mondo vada a rotoli.

Notizie flash

Non sono morto, non ancora (con tutti gli scongiuri di rito): sto solo cercando un parcheggio per la mia vita.
Per il resto, succedono tante cose (brutte e banali, perlopiù): qualcosa da dire forse ce l’avrei, ma la maggior parte delle volte mi coglie un senso di frustrazione, come se la stupidità avesse ormai rotto gli argini sul mondo.
Come dite?
Lo stupido sarei io?
Comincio a temere che abbiate ragione…

Letture “de paura” (Nella biblioteca di Robin, parte III)

Un po’ di suspense, ogni tanto, non guasta; godetevi:

  • Henry James, Il giro di vite (dove stanno veramente i fantasmi?);
  • Daphne du Maurier, Rebecca (anche noto come: La prima moglie; una ragione in più per preferire un PACS…);
  • Stephen King, Stagioni diverse (qui inserito solo per l’autore: in realtà, è uno dei pochi libri di SK a non sguazzare nell’horror duro & puro; non meno meritevole, tuttavia, anzi);
  • Stephen King, Misery (questo, invece, fa davvero paura, ma senza le sbavature che spesso impediscono a SK di essere un grande scrittore tout court).

 

Letture in rosa (Nella biblioteca di Robin, parte II)

Torquilla mi rimprovera — non a torto — un certo “maschilismo”, non avendo indicato fra i consigli di lettura alcuna opera scritta da una donna.
Ammetto la mia colpa e tento di fare ammenda, segnalando pure:

  • Isabel Allende, La casa degli spiriti (la “controparte femminile” di Cent’anni di solitudine, se l’accostamento in questi termini è ammissibile);
  • Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio (ahead of her times);
  • Carmen Covito, La bruttina stagionata (per ridere con gusto & intelligenza);
  • Charlotte Brontë, Jane Eyre (ricordatomi da Gabri; mea culpa, mea maxima culpa…);
  • Emily Brontë, Cime Tempestose (come sopra);
  • Edith Wharton, L’età dell’innocenza (la migliore allieva di Henry James: forse un po’ riduttivo, ma non del tutto sbagliato).

Ancora adesso la bilancia non è in equilibrio: probabilmente, è un mio difetto; saranno graditi suggerimenti per ampliare i miei orizzonti.

Nella biblioteca di Robin

La gentile Torquilla (Teocrito di Siracusa o Jynx Torquilla? Conoscendola, direi la prima opzione…) è curiosa di sapere quale libro mai potrei considerare “un capolavoro della letteratura di tutti i tempi”, ovvero “quale libro tornerebbe sul mio comodino”.
Debbo nel lungo periodo escludere i ritorni (ho una lista d’attesa che fa spavento: la ragione è che compro più libri di quanti riesca a leggere; d’altronde, c’è chi combatte il logorio della vita moderna ingozzandosi di cioccolata e chi ci provava alcolizzandosi di liquore al carciofo nel bel mezzo del traffico urbano…).
Per il resto, ho avuto la fortuna di leggere tanti bellissimi libri e ho quindi solo l’imbarazzo della scelta.
Per dire solo i primi che mi vengono alla mente (in ordine assolutamente sparso):

  • Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo (il più bel romanzo giallo mai scritto);
  • Fëdor Dostoevskij, I demonî (quando la passione politica era una cosa seria);
  • Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov (troppo grande per una definizione anche volutamente semplicistica come le precedenti);
  • Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita (fantastico in tutti i sensi);
  • Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine (sfugge a ogni descrizione);
  • Ippolito Nievo, Le confessioni di un Italiano (perché la scuola italiana si ostini solo su Manzoni ancora non l’ho capito);
  • Stendhal, Il rosso e il nero (gioventù e passione);
  • Stendhal, La Certosa di Parma (idem, e pensare che è stato scritto in neanche due mesi);
  • Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo (dimenticate tutte le trasposizioni cinematografiche e televisive, soprattutto le più recenti);
  •  Henry James, Ritratto di signora (per quanti gradiscano i romanzi in cui l’azione avviene all’interno della psiche dei personaggi, HJ è l’indiscusso maestro progenitore);
  • Raymond Chandler, Il lungo addio (una struggente amicizia virile);
  • J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli (il potere della fantasia);
  • Eugenio Montale, L’opera in versi (…).

E qui mi fermo, chiedendo scusa a coloro che ho per ora trascurato…
(Si capisce, comunque, perché questo blog tende a essere “pesante”…)

Sepolcri imbiancati

Il presidente della CEI, Card. Camillo Ruini, ha dichiarato di “aver sofferto per aver negato i funerali religiosi a Piergiorgio Welby”.
Ne sono lieto, e mi auguro che la sofferenza continui e gli faccia desiderare la fine, come è successo al povero Welby.
E poi voglio che qualche altro stronzo di prete gli neghi i funerali in Chiesa, se — come umanamente può accadere (perché anche Ruini è un uomo, per disprezzabile che possiamo ritenerlo) — non ce l’abbia fatta a non farsi staccare la spina.
Poi ne riparliamo.
(Non accadrà: in primo luogo, perché a pochi capita veramente quel che si sono meritati, e poi perché la legge di Dio, come quella degli uomini, ai più si applica, ma per gli “amici” “si interpreta”.)

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