Archivio per la categoria 'Ch’aggia a fa’ pe’ vive’'

Su un altro che parla a sproposito (Liberalizzazioni, parte V)

D’accordo che — sull’esempio americano — la categoria degli avvocati non gode di gran considerazione fra la “ggente”, né alcuno (in primis, gli avvocati stessi) fa nulla per migliorare la situazione.
Abbiamo detto e ripetuto ad nauseam che la giustizia in Italia fa pena, pietà, disgusto e chi più ne ha…
Però — chissà perché — pare che i responsabili primi di questo sfascio siano gli avvocati; i quali, oltretutto, costerebbero troppo.
Di qui, balzane iniziative e inviti a pretese “liberalizzazioni”, buon’ultima l’uscita (ieri sera, durante la trasmissione “Ballarò”) del Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Antonio Catricalà: secondo il quale, sarebbe tempo di prevedere i “titoli di studio abilitanti”; in altre parole, uno si prende la laurea e il giorno dopo può aprire il suo studio professionale (legale, commercialista, etc.) senza più dover passare per tirocinio, esame di stato e così via.
Come se l’attuale situazione delle università lo consentisse… ma se la maggior parte dei laureati non sa manco scrivere in un italiano corretto (non dico bello o anche solo decente)!
Di fronte a certe affermazioni, la domanda che sorge spontanea è: “Ma questo, ci è o ci fa?”
Presidente Catricalà, con tutto il rispetto, Lei ha detto una solenne cazzata.
Non che Catricalà sia l’unico a spararne, pervero: in materia, tutti si sentono autorizzati a proporre le loro ricette, peccato che pochi o nessuno abbiano reale competenza per parlare di questi argomenti.
Catricalà, per esempio, avrà pure superato l’esame di avvocato, ai suoi tempi, ma dubito che abbia mai esercitato la professione; il suo curriculum, invero, ci dice che è sempre stato “dall’altra parte” (quella dei giudici); niente di male, sia detto, anzi. Ma allora abbia la decenza di non addentrarsi in materie che non conosce (si rilegga Wittgenstein, Tractatus Logico – Philosophicus, proposizione 7).
A dirla tutta, ne ho piene le tasche di tutto ciò.
Sono stufo di dovermi difendere per qualcosa che non ho commesso ma, anzi, subisco come e peggio di tutti: perché i magistrati avranno anche le loro ragioni di lamentarsi, ma almeno, loro, coi clienti non ci debbono trattare…
A questo punto, se noi avvocati siamo la radice di tutti i mali, si faccia qualcosa di serio, finalmente: ABOLIAMO GLI AVVOCATI!
Che la “ggente” si faccia le cause da sé (magari con l’ausilio di “Forum” e dell’“Avvocato nel cassetto”): voglio vedere, poi, con chi se la prenderanno, alle fine.
Che i giudici trattino direttamente coi “cittadini”, senza l’interfaccia dei professionisti forensi: voglio vedere, poi, come faranno a giustificare le loro mancanze, le loro castronerie (e ne fanno, oh se ne fanno!).
Io mi son rotto di fare il capro espiatorio (oltretutto, senza nemmeno un compenso come Malausséne).

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Now playing: Tangerine Dream – Le Parc (L.A. – Streethawk)
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Oggi mi sento mistico…

 

Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
(Matteo 7, 6)

Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’empietà. Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l’empio, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione.
(Qoelet 3, 16–17)

Bring me my bow of burning gold!
Bring me my arrows of desire!
Bring me my Spear: O clouds unfold!
Bring me my Chariot of Fire!
I will not cease from mental fight;
Nor shall my sword sleep in my hand
Till we have built Jerusalem…
(William Blake)

[Portatemi il mio arco d’oro ardente!
Portatemi le mie frecce di desiderio!
Portatemi la mia lancia: o nuvole, diradatevi!
Portatemi il mio Carro di Fuoco!
Non desisterò dalla lotta della mente;
né la mia spada mi dormirà nella mano
finché non avremo costruito Gerusalemme…]
(La traduzione è mia)

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Now playing: Emerson Lake & Palmer – Jerusalem
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Elogio di un avvocato

Non ho la fortuna di conoscere — né personalmente, né professionalmente — l’Avvocato Franco Coppi, noto alle cronache per essere stato uno dei difensori di Giulio Andreotti nel processo per mafia che ha visto “Belzebù” (uno dei simpatici soprannomi del Senatore Andreotti) imputato eccellente, poi prosciolto da ogni accusa.
L’Avvocato Coppi aveva recentissimamente assunto anche la difesa di Don Pierino Gelmini, indagato per presunti abusi sessuali in danno di alcuni ex ospiti delle sue comunità di recupero per tossicodipendenti.
Senonché, un paio di giorni or sono l’Avvocato Coppi ha rinunziato all’incarico difensivo, non condividendo le bollenti esternazioni del suo assistito che si era detto “perseguitato da lobby ebraico–radical chic–massoniche–anticlericali”; il comportamento di Don Gelmini, secondo l’Avvocato Coppi, avrebbe reso ingestibile la linea di difesa.
L’Avvocato Coppi ha comunque tenuto a precisare che la sua rinunzia ha “semplice” carattere tecnico, restando egli convinto dell’innocenza di Don Gelmini.
L’indagine farà, com’è ovvio, il suo corso.
Non è improbabile — anzi — che venga fuori che si tratta solamente delle calunnie vendicative di soggetti perduti e irrecuperabili.
Rimane, tuttavia, la sgradevole impressione ingenerata dalle dichiarazioni rilasciate da Don Gelmini.
Fermo restando che è assolutamente comprensibile e plausibile che un’accusa tanto infamante abbia effetti sconvolgenti sulla persona sulla quale ricade, per innocente che la stessa si senta e possa essere, affermazioni quali “mi sento in croce” (sottinteso: “come Qualcun altro prima di me”) — per tacer del resto, decisamente fuori di ogni misura — non si confanno a un sacerdote, perlomeno non se del sacerdozio si abbia un’idea cristiana propriamente intesa (quantomeno, un piccolo peccatuccio di superbia ci sta tutto).
E, in ogni caso, tutti hanno il diritto di proclamarsi innocenti; è meno certo se, per farlo, sia anche possibile chiamarsi al di sopra del diritto/dovere della magistratura di svolgere le opportune indagini al fine di accertare la verità dei fatti.
In altre parole, neppure Don Gelmini può pretendere di essere riconosciuto innocente a priori (a dispetto della santità pretesa da certi politici troppo pronti a dar aria alla bocca e non abbastanza al cervello).
Non deve sorprendere, allora, la decisione dell’Avvocato Coppi; senza pretendere di dare un’interpretazione autentica del suo pensiero (ma, al massimo, illudendomi che le mie idee al riguardo siano in sintonia con le sue), credo che un avvocato che prenda realmente sul serio la propria professione non possa accettare la delegittimazione di un sistema che lo contempla fra i necessari protagonisti.
Come dire che l’Avvocato Coppi ha dovuto abbandonare una difesa che avrebbe tendenzialmente finito per negare finanche la ragion d’essere di lui stesso.
Forse Coppi è uno di quegli avvocati che difendono nel processo, giammai dal processo.
Se è così, non si può che tributargli stima e quell’elogio tanto sospirato da Calamandrei.

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Now playing: Thelonious Monk – ‘Round Midnight
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La scoperta dell’acqua calda

Oggi su Repubblica si può leggere un’inchiesta di Attilio Bolzoni sullo stato più che degradato del Tribunale di Roma.
Il Ministro della Giustizia Clemente Mastella ha definito la situazione “stupefacente e raccapricciante”.
Finalmente la realtà, sia pur con decenni di ritardo, ha raggiunto — quantomeno pubblicamente — il Ministero.
Per parte mia, ricordo lo shock della prima udienza da praticante al Tribunale di Venezia, nella primavera del 1991 (sei mesi più tardi, avrebbero chiuso la sede per urgenti e indifferibili lavori per la messa in sicurezza dell’edificio: rischio di incendi, tanto per gradire).
Quanto Bolzoni riferisce del Tribunale di Roma, purtroppo, non riguarda solo la Capitale: semplicemente, nelle realtà più grandi tutti i problemi vengono ingigantiti, ma è più o meno così dappertutto (Bolzoni scrive di Roma e a me sembrava di leggere di Venezia).
Appena ieri, il Ministro Mastella presentava il suo piano per rimediare alle lentezze e inefficienze della Giustizia in Italia: già altri l’hanno definito un pio desiderio o i classici pannicelli, in realtà ogni tentativo di riforma “a costo zero” è destinato a fallire prima ancora di cominciare.
Il problema della Giustizia in Italia è fondamentalmente di mancanza di risorse: ci vogliono più addetti, sia personale che Magistrati: e intendo Magistrati di carriera, non Giudici Onorari (laureati in giurisprudenza o, talvolta, avvocati freschi di esame che vengono temporaneamente incaricati e aggiunti ai magistrati di ruolo; con quale capacità e competenza, è facile arguire…).
Peccato che l’ANM (e/o chi per lei) sia sempre stata ferocemente contraria all’aumento degli organici, perché — a suo dire — ciò avrebbe comportato uno scadimento della qualità dei magistrati.
A parte il fatto che neanche oggi la qualità complessiva è esaltante (come dappertutto, ci sono quelli bravi e quelli meno, quelli che lavorano e quelli che battono la fiacca: solo che, essendo in pochi, gli inadeguati zavorrano intollerabilmente una situazione già al collasso), vorrei capire se costoro hanno veramente a cuore le sorti della giustizia (intesa anche come indispensabile servizio al cittadino) o non pensino solo al loro “particulare” (temo, la seconda che ho detto).
Ma voglio essere costruttivo: caro Signor Ministro, per prima cosa — visto che pare che le entrate fiscali siano state un po’ meglio del previsto — ottenga dai Suoi Colleghi Padoa-Schioppa e Visco che allarghino generosamente i cordoni della borsa e, non solo siano eliminati i tagli da trecento milioni di Euro (se non sono di più) previsti al bilancio della Giustizia per i prossimi tre anni, ma si provveda a una sostanziosa alluvione di fondi.
Beninteso, che questi vadano spesi, e come si deve.
Per esempio, assumendo il personale che manca e reclutando nuovi magistrati di carriera (magari, pescando anche nella pletora di giovani avvocati: sempre meglio che limitarsi agli onorari).
Poi, si possono sempre fare dei tagli, purché cum grano salis.
Suggerisco:

  • nell’informatizzazione degli Uffici Giudiziari, si privilegi il software libero; due indicazioni principali: il sistema operativo GNU/Linux e la suite OpenOffice.org 2 (al posto degli omologhi Microsoft: sono pressoché gratuiti e funzionano anche meglio);
  • si riveda la geografia giudiziaria: spiace far di questi discorsi, ma in Piemonte e in diverse regioni del Meridione ci sono un sacco di Tribunali veri e propri, dove forse basterebbero delle Sezioni territoriali distaccate;
  • si dia vero e serio impulso al Processo Civile Telematico (finora si è speso tanto e fatto nulla).

 

Si capisce, peraltro, che alla “classe” politica della Giustizia importi poco o nulla, anche per furbo calcolo personale: vedi quanti inquisiti son finiti in Parlamento, strillando alla “persecuzione comunista” (la realtà è che loro erano ladri, ahimé).

    Ma la vera domanda è: per quanto ancora “il centro potrà reggere”?
    Mica per deprimere, ma il Secondo Avvento si fa sempre più vicino, e saran cazzi per tutti…

    Chi elogia gli avvocati?

    Ci sono voluti quasi cinquant’anni (a contarli dalla quarta edizione, uscita postuma nel 1959; la prima era addirittura del 1935, e quindi saremmo oltre i settanta…), ma finalmente un magistrato ha restituito il favore a Piero Calamandrei e al suo “Elogio dei giudici scritto da un avvocato”.
    Non siamo ancora, pervero, all’esplicito “Elogio degli avvocati scritto da un giudice”: in effetti, a scrivere è un pubblico ministero, e in forma di romanzo (quasi che dir bene di un avvocato sia possibile solo nella finzione?), ma a ben vedere è forse più di quanto la mia categoria si meriti oggigiorno.
    Sto parlando di Gianrico Carofiglio, e dei suoi romanzi con protagonista l’avvocato Guido Guerrieri (“Testimone inconsapevole”, “Ad occhi chiusi” e “Ragionevoli dubbi”, tutti editi da Sellerio): sotto la superficie di un legal thriller “all’italiana” si rivela una scrittura godibile e rapinosa per quanto è asciutta e una comprensione dell’essenza dell’avvocato (di come un avvocato dovrebbe essere) quasi sconcertante, se si pensa che proviene da un “nemico”.
    Ignoro come sia professionalmente il pubblico ministero Carofiglio: lo scrittore è una lieta sorpresa (Gianrico Carofiglio ha pubblicato anche un altro romanzo, al di fuori della serie dell’avvocato Guerrieri: “Il passato è una terra straniera”, Rizzoli editore; non è un legal thriller — ma, in fondo, neppure gli altri lo sono del tutto e veramente — ma è egualmente un bel romanzo che merita di essere letto.)
    Quando potrò dire altrettanto di un mio collega?

    Libero latte in libero stato (Liberalizzazioni, parte IV)

    Negli anni ‘70 non avevano poi tutti i torti a dire che il privato è politico: eccovene un esempio.
    Do per acquisito che voi fedeli frequentatori di questo blog siete altrettanto fedelmente habituées della mia spumeggiante cognatuzza engi; suppongo, quindi, che non ignoriate, a questo punto, la mia peculiare situazione familiare, in particolare il recente arrivo delle due terribili pesti AKA i miei deliziosi (gli anticomunisti viscerali apprezzeranno quantomeno la sincerità) gemellini.
    Orbene, fra le esigenze dei nani c’è anche — ovviamente — LA PAPPA, che per un bel po’ di mesi consiste nel latte, materno quando ce n’è; ma se le piccole pesti decidono (loro come la loro sorellona a suo tempo) di arrivare con due mesi d’anticipo, è facile che la povera mammina non riesca a supplire da sé il nutrimento alle creature (se sono troppo piccoli, alla tetta non s’attaccano, e se la tetta non è adeguatamente stimolata, la produzione casearia s’interrompe): per cui tocca ricorrere al LATTE ARTIFICIALE.
    Facciamo un passo laterale: engi ha segnalato nel suo blog un altro blog, quello di un’altra mamma di due gemelli – “Tutto doppio” – nel quale peraltro non ho trovato che un solo post dedicato, molto di sfuggita, all’allattamento artificiale.
    Curiosa mancanza cui rimedio qui, e non solo.
    Già un paio d’anni fa era comparsa sui quotidiani la querelle relativa al costo del latte artificiale, quando un gruppo di genitori di Milano si era coalizzato per effettuare acquisti massicci di latte artificiale all’estero (in particolare, in Germania), dove i prezzi sono un terzo di quelli praticati in Italia.
    Per quanto mi riguarda, dovendo già due anni fa nutrire Emma con il latte artificiale, dal momento che qui in Italia i prezzi al chilo variavano dai ventisette Euro della grande distribuzione ai trentacinque della farmacia sotto casa, e che un chilo di latte in polvere bastava si è no per una settimana, ero riuscito a trovare un sito tedesco che vendeva il latte Humana (lo stesso che si trovava nella farmacia suddetta) a dieci Euro al chilo, più le spese di spedizione.
    Morale, ho fatto un cospicuo ordine (la scorta per alcuni mesi, fino allo svezzamento) e il latte per la pargola mi è costato dodici Euro al chilo: fate un po’ voi i raffronti.
    (Per inciso: se il vostro pediatra di base vi consiglia una determinata marca di latte, e solo quella, significa che prende le mandorle dalla casa produttrice: i vari tipi di latte artificiale sono TUTTI EQUIVALENTI, dal momento che debbono rispettare un disciplinare dell’OMS; al massimo, possono variare le percentuali di alcuni ingredienti non essenziali e un po’ il sapore, ma UNO VALE L’ALTRO.)
    Trascorsi due anni, la situazione è un pochino migliorata: tra grande distribuzione e iniziative di FederFarma, oggigiorno si può trovare anche da noi il latte artificiale a prezzi che si aggirano sui dieci Euro al chilo (pure nella farmacia, nel caso del Neolatte).
    In particolare, il latte Humana è in vendita da Schlecker (una catena austriaca di minimarket da poco approdata anche da noi) proprio a quel prezzo.
    È fatta, direte voi.
    Non proprio, dico io.
    M’è capitato, una volta, di dover recuperare una confezione di latte Humana 1 alle 19:20: a quell’ora, l’unico posto in cui potevo arrivare in tempo era una farmacia del centro (ne ometto il nome per carità), che mi ha venduto una confezione di latte in polvere Humana 1 da quattrocentocinquanta grammi al modico prezzo di tredici Euro e rotti (al chilo fa circa trentatré Euro).
    Aggiungasi, poi, che uno dei gemellini ha bisogno di un latte speciale, per contrastare i rigurgiti che in lui sono particolarmente forti: il latte AR non si trova da Schlecker, né in nessun altro supermercato, ma solo nelle farmacie, e il prezzo per un barattolo da 450 grammi varia da 14 a 16 Euro.
    Morale, sono ritornato su Internet e ho fatto un altro maxiordine di latte Humana AR: questa varietà costa un po’ di più anche in Germania, ma anche con le spese di spedizione mi è pur sempre costato metà di quello che avrei dovuto sborsare qui per la medesima quantità.
    Tirando le somme, tre sono le cose da dire.
    Innanzitutto, a quei neo-genitori che non possono o non vogliono (e a ragione) arricchire oltre il lecito le case farmaceutiche per nutrire i loro pargoli a latte artificiale, ma non riescono a trovare il latte a prezzo giusto (abbiamo detto, circa dieci Euro al chilo), e non abitano a breve distanza dal confine austriaco, raccomando una visitina al sito Flaschenmilch.de (il sito è in tedesco e in inglese): per esperienza, funziona alla grande.
    Per buttarla in politica, poi, o la smettono di scassare la minchia col calo demografico, o fanno finalmente qualcosa per quei poveracci che nonostante tutto fanno ancora dei figli (o vogliono farli: in altre parole, agevolazioni fiscali per ogni pargolo a carico e via quell’obbrobrio giuridico, politico e morale della L. 40/2004).
    Inoltre, ecco un aspetto delle tanto contestate liberalizzazioni che si sarebbe dovuto affrontare in maniera radicale (e non timidamente come si è fatto): le farmacie.
    I titolari di farmacia (ricordiamo che le farmacie sono soggette a concessione statale e sono a numero chiuso, cioè non è possibile aprire una farmacia nuova come fosse un negozio di abbigliamento o di elettrodomestici) han fatto su un casino perché si è permesso alla grande distribuzione di vendere i farmaci da banco (quelli, cioè, che non necessitano di ricetta, tipo l’aspirina); la ragione “ufficiale” della protesta era grosso modo che l’ipermercato non garantiva al cliente l’assistenza di un professionista, come invece fa la farmacia.
    Peccato che la mini-liberalizzazione in parola preveda che la vendita dei farmaci da banco nella grande distribuzione avvenga necessariamente sotto la supervisione di un farmacista addetto al reparto di vendita.
    Già, perché farmacista e titolare di farmacia non sono sempre la stessa cosa: il secondo è anche il primo, ma il primo è molto spesso solo un dipendente del secondo.
    Va anche detto che oggigiorno in farmacia i farmaci costituiscono la parte minore dell’offerta commerciale al pubblico: la maggior parte degli spazi espositivi di una farmacia è dedicata a prodotti di bellezza (creme, lozioni, profumi & cosmetici vari), prodotti alimentari dietetici (per diabetici, celiaci, intolleranti etc.), prodotti per l’igiene personale (lavacri, spazzolini da denti & dentifrici, colluttori, deodoranti, assorbenti), accessori per l’infanzia (biberon, tiralatte, termometri, bilance pediatriche, giocattoli, peluches, etc.) e altro ancora che in questo momento non mi sovviene.
    Tutta ‘sta roba si trova tranquillamente anche in un buon ipermercato, e costa pure meno.
    Allora, mi volete spiegare perché i farmacisti possono fare i commercianti, ma i commercianti non possono vendere le medicine (ovviamente, con le cautele del caso)?
    La verità è che le farmacie sono ormai delle vergognose prebende, che non hanno più ragione di esistere nei termini in cui le conosciamo.
    È vero che la vendita al dettaglio delle medicine è un servizio di interesse pubblico, ed è pertanto giusto e comprensibile che sia adeguatamente regolamentato, sia pretendendo che se ne occupi un professionista abilitato (un laureato in farmacia che abbia poi superato un esame di Stato, per garantire gli utenti), sia imponendo i turni perché in qualsiasi momento sia possibile acquistare dei farmaci, se ve n’è effettiva necessità e urgenza.
    Ma non si vede perché non possa vigere un regime di libera concorrenza: lo vogliono istituire per gli avvocati (già non c’è più il numero chiuso da moltissimi anni), perché no per i farmacisti (e, aggiungiamoceli, i notai?).
    Altrimenti, si abbia il coraggio della coerenza: in farmacia si vendano solo le medicine, e solo lì; per i cosmetici e il resto, si vada negli appositi esercizi commerciali.
    Ovviamente, i farmacisti non ci vorranno sentire, da quest’orecchio, e li capisco.
    Ministro Bersani, vogliamo fare le cose seriamente?
    O non sarà vero quel che si dice in giro, che Sua moglie tiene una farmacia?
    Anche Lei col conflitto d’interessi?
    È proprio vero che son tutti finocchi, col culo degli altri.

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    Orgoglio ferito

    Mi è stato riferito di un mio conoscente che frequenta spesso il mio blog ma, poiché non condivide nulla di quanto scrivo, solamente per spostarsi a casa di engi tramite il link laterale.
    A questo punto non cosa sia meglio:

    • se accettare di far da mero ponte pur di incrementare il conteggio nelle statistiche di accesso (blog stats): ma ne perde la mia dignità di polemista;
    • se inviare invece al mio conoscente l’indirizzo web di engi (insieme a qualche minima istruzione su come si usa un browser web), per riportare a veridicità i blog stats: ma perderei non so quante posizioni nelle classifiche dei blog (e già sono in fondo in fondo in fondo etc.).

    Credo, allora, che non mi rimaga che sperare che engi lanci un appello ai frequentatori del suo blog perché facciano un saltino anche qui (engi, puoi anche dirgli che non è necessario che leggano nulla, se proprio non hanno tempo o voglia…).

    Precisazioni di un “crumiro” (Liberalizzazioni, parte III)

    Lo “sciopero” degli avvocati è partito: l’adesione è massiccia, ma non davvero bulgara.
    In ogni caso, la riuscita dell’astensione dipende, in ultima analisi, dai Giudici: il magistrato non è tenuto da nessuna norma di legge a rispettare l’astensione degli avvocati, a maggior ragione se non tutte le parti di una causa si astengono.
    Così è capitato che certi giudici (per esempio, la Corte d’Appello civile di Venezia) prendessero atto dell’astensione dichiarata anche da tutte le parti in causa e procedessero comunque, sulla scorta del parere della Commissione nazionale per lo sciopero nei servizi essenziali che ha ritenuto non legittima l’astensione per le modalità con cui è stata indetta.
    D’altra parte, il Tribunale Ordinario di Venezia, Sezione Distaccata di Portogruaro ha rinviato sic et simpliciter tutte le cause in cui almeno uno degli avvocati avesse dichiarato di astenersi.
    A me è successo proprio così: i miei avversari si sono astenuti e i Giudici hanno rinviato, nonostante le mie contrarie richieste.
    I miei Clienti non capiscono e si incazzano; e hanno tutte le ragioni.
    Ho già detto che non condivido le ragioni di questa protesta, ma si tratta di un’opinione personale valida quanto quella contraria.
    Sono le modalità che, invece, mostrano tutta la loro nefandezza e stupisce che gli avvocati — quantomeno, quelli in buona fede, che non scioperano per loro spicciola convenienza — non se ne rendano conto.
    In buona sostanza, tranne per un discreto numero di eccezioni (cause di separazione e divorzio, procedimenti cautelari e urgenti, processi penali con detenuti o prossimi alla scadenza dei termini di prescrizione, etc.), l’avvocato che si astiene fa rinviare ad altra data l’udienza che lo vede interessato.
    Che conseguenze soffre l’avvocato in prima persona a causa di tanto?
    Nessuna: a differenza dei dipendenti, che perdono una parte del loro stipendio per ogni giornata di sciopero che effettuano, l’avvocato non patisce alcun impoverimento (anzi, non so quanti avvocati non addebiteranno comunque al loro cliente le competenze per la “partecipazione astensiva” all’udienza); in compenso, il cliente vedrà allungarsi di qualche mese la durata già insopportabilmente lunga del suo processo.
    Cosicché, gli avvocati scioperano e i loro clienti ne pagano il prezzo.
    Alla faccia del dovere di fedeltà al cliente che, al di là degli impegni contrattuali assunti dall’avvocato, è posto fra i primissimi nel Codice Deontologico forense!
    D’altra parte, l’avvocato che riuscisse comunque a far svolgere l’udienza rischierebbe una sanzione disciplinare per non aver osservato il dovere di colleganza, nonostante i principi deontologici stabiliscano che il dovere di colleganza debba cedere di fronte al dovere di fedeltà!
    Non che non ci siano, intendiamoci, validissime ragioni di protesta: la Giustizia italiana è allo sfascio totale, e i tagli contenuti nel decreto Bersani non faranno che darle il colpo di grazia; ma non ricordo negli ultimi anni analoghe, vibranti iniziative di protesta da parte dell’avvocatura italiana.
    Non c’è che dire, quindi: questa protesta è un vero e proprio capolavoro di ipocrisia, anche perché non esercita nessuna efficace pressione sul Governo, che non ha quindi alcun concreto motivo per tornare sulle proprie decisioni (e, se hanno un po’ di palle, non lo faranno).
    Faccio, perciò, una promessa: non aderirò mai più ad astensioni di tal fatta; se e quando, invece, si deciderà di protestare come si deve — cioè occupando i tribunali e impedendo lo svolgersi di ogni attività, così da andare tutti sotto processo per interruzione di pubblico servizio (art. 331 C.P.: è un reato punito con la reclusione da sei mesi a un anno e con la multa da € 516,00 a € 5.164,00) — allora non mi tirerò indietro e sarò con i miei colleghi a rischiare in prima persona per difendere ideali e valori in cui credo.
    Mi vergogno un po’, tuttavia, per aver fatto una promessa che so già che non sarò mai chiamato a mantenere.

    Io, “crumiro” (Liberalizzazioni, parte II)

    L’Assemblea generale degli Ordini Forensi ha proclamato l’astensione degli avvocati dalle udienze avanti gli organi giudiziari (l’equivalente di uno sciopero) per il periodo compreso fra il 10 e il 21 luglio prossimi.
    Ciò, per protestare contro il decreto legge n. 223/2006 (c.d. “decreto Bersani”), foriero — a detta del Consiglio Nazionale Forense — di pericolosissime conseguenze per i cittadini (aumento indiscriminato dei costi dell’accesso alla Giustizia e altre piacevolezze).
    In realtà, il decreto Bersani non elimina le tariffe forensi ma solo l’obbligatorietà e inderogabilità del minimo (per cui l’avvocato non poteva, prima del decreto, praticare prezzi inferiori ai minimi tariffari, sotto pena di sanzioni disciplinari).
    Ora, se pur ciò non avrà alcun effetto migliorativo sulla situazione preagonica della Giustizia italiana, è quantomeno sospetta la coincidenza di un’agitazione tanto forte degli avvocati proprio nel momento in cui vengono toccate da vicino le sinecure e le rendite di posizione della corporazione forense.
    In altre parole: Colleghi, io lo sciopero per basse ragioni di bottega non intendo farlo.
    La Giustizia è sfasciata soprattutto per queste (fra le altre) ragioni:
    1) endemica carenza di risorse, umane (magistrati e altri addetti) come materiali (sedi, arredi, apparecchiature informatiche, generi di consumo tipo articoli di cancelleria, carta etc.);
    2) generale scadimento del livello tecnico, sia tra i giudici (anche per via del massiccio ricorso ai giudici onorari e non professionali) sia tra gli avvocati (soprattutto le nuove leve, ma pure certi “vecchi” non scherzano…).
    Per tali ragioni, l’Avvocatura avrebbe dovuto scendere in piazza molto tempo fa.
    Avrei accettato di scioperare se l’Avvocatura avesse richiesto (e non da ieri) un serio e fattivo intervento del Governo per una Giustizia efficiente e degna di questo nome: per esempio, una Giustizia che non richieda dieci anni di media per definire una controversia civile o un processo penale (ci sarebbero poi altre patologie non meno gravi, ma questa è sotto gli occhi di tutti e non opinabile).
    Ho già accennato in precedenza alle dicerie secondo cui il decreto Bersani sarebbe diretto a punire le categorie vicine alla passata maggioranza di governo: considerato che il centrodestra aveva portato al Parlamento parecchie decine di avvocati, e che costoro, una volta lì, nulla hanno fatto per migliorare la situazione generale, ma si sono occupati solo di sé e dei loro clienti, beh allora la “punizione” è sacrosanta e meritata.
    Al di là delle belle parole, i fatti — anche pregressi — svelano tutta l’ipocrisia della corporazione forense, che in concreto svilisce ulteriormente i valori che a parole pretenderebbe di tutelare.
    E allora, siamo chiari: Colleghi, i Tribunali si bloccano, e a oltranza, perché funzionano da schifo, non per difendere i minimi tariffari (tanto, la sensazione è che già da prima fossero in tanti a non rispettarli, e senza nessuna conseguenza…).
    Datemi pure del “crumiro”, ma io, in quei giorni, le mie quattro causette andrò a discuterle, anche perché dei ritardi che l’astensione provocherà non ne soffriranno certo gli avvocati ma solo i loro clienti (per i quali un giorno d’astensione significa alcuni mesi di causa in più…).
    Quando saranno indette serie, autentiche e degne iniziative di lotta e di protesta, sarò in prima fila; fino ad allora, continuerò a fare l’avvocato.

    Liberalizzazioni & (pretesi) liberali

    Un mio amico (avvocato pure lui, ma di destra) mi chiede un commento alla recentissima iniziativa del Governo di abolire (fra l’altro) l’obbligatorietà dei minimi tariffari per gli avvocati.
    In soldoni: se fino a ora gli avvocati non potevano farsi pagare per il loro lavoro meno di quanto stabilito nelle tariffe ufficiali, adesso questo limite non esiste più.
    La questione è vexata assai, e non da ieri; al riguardo, si è detto e scritto tutto e il suo contrario.
    Personalmente, non ho nulla da dire, per ora: preferisco attendere che l’intenzione si tramuti in legge effettiva, e che inizi a produrre le sue prime conseguenze concrete; allora, potrò farmene un’idea precisa e decidere se lo ritengo un fatto positivo o negativo.
    Fin d’ora, tuttavia, potrei dire che l’abolizione dei minimi non mi tocca granché: tanto, raramente mi è capitato di applicarli.
    Con ciò, non voglio dire di essere particolarmente esoso: semplicemente, ritengo che un avvocato dovrebbe farsi pagare per quanto ritiene di valere e — soprattutto — per quanto gli costa finanziare la propria organizzazione professionale.
    È chiaro che un sacco di avvocati adesso potranno farsi la guerra a chi chiede il prezzo più basso per una determinata causa: ma quanto realmente si impegneranno per restituire al cliente un servizio di qualità?
    Dietro al lavoro di un avvocato ci sono un sacco di costi di cui i clienti o i non addetti ai lavori in generale non si rendono conto: personale dipendente, collaboratori, attrezzature (computer, telefoni, telefax, fotocopiatrici etc.), strumenti di aggiornamento professionale (libri, riviste, banche dati etc.).
    Più un avvocato tenga a rendere un servizio qualitativamente eccellente, tanto più dovrà spendere per dotarsi del necessario allo scopo.
    E allora, da qualche parte i soldi da spendere per tutto questo dovrà pur trovarli; o no?
    È un po’ come i prodotti made in China: costano poco, pochissimo, è vero; ma quanto valgono? Quanto sono sicuri per il consumatore?
    Quanto può valere un avvocato che accetta di farsi pagare poco, pochissimo, pur di “vendere” i propri “servizi”?
    Qualcosa di buono questa riforma lo mostra fin da subito: se non altro, le mezze calze forensi non potranno più legittimamente pretendere il minimo garantito (che per il loro lavoro era effettivamente troppo).
    Piuttosto, le reazioni che l’annuncio della riforma ha scatenato ce la dicono, e lunga, sui pretesi liberali della destra italiana: cioè che il vero liberalismo sta di casa da un’altra parte (mentre a destra sono ancora a rimpiangere il sistema corporativo di ducesca memoria).
    Si è anche sentito affermare che le categorie “colpite” dalla riforma Bersani siano tradizionalmente vicine alla destra, cosicché si tratterebbe di una riforma “punitiva e vendicativa”.
    Può darsi: se “punisce” le rendite di posizione e “vendica” i consumatori tartassati, ben vengano dieci, cento, mille di queste riforme!
    Cribbio, ci voleva un governo di (centro)sinistra per fare qualcosa di (vera) destra!