Ho osservato un lungo silenzio per svariate ragioni:
- non si può sempre aver qualcosa da dire, su tutto e sul suo contrario;
- c’è qualcun altro che esprime – spesso meglio, quasi sempre prima – le nostre stesse riflessioni;
- è meglio lasciare ad altri l’incombenza di dire la cazzata di turno;
- a polemizzare con gli imbecilli si corre il rischio di venir confusi con loro.
Adesso, scusatemi tanto, vorrei sbottare un po’ anch’io e – indovinate! – a proposito degli ultimi pasticci accaduti in materia elettorale.
Certo, in un paese dove l’attività prevalente si è ormai ridotta alle elezioni (ma andassero a lavorare, che ce n’è bisogno!), il rischio di complicazioni è pressoché inevitabile (per mera legge statistica); ma in questi giorni si è davvero raggiunto il colmo, e neppure le categorie della vergogna e del ridicolo sono più sufficienti e descrivere quel che accade.
Non entro nelle tecnicalità, mi limito – come pare essere l’ultima voga – “alla sostanza”.
La sostanza, invero, deve partire dal rammentare un fondamento: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 1, comma secondo); il che significa che “il popolo”, benché sovrano, non può fare quel che gli pare, ma deve muoversi nel rispetto delle leggi e delle regole che democraticamente si è dato, attraverso le procedure e le forme previste e discendenti dalla Costituzione stessa.
Oddio, con l’andar del tempo la qualità delle leggi è peggiorata non poco, anche dal punto di vista della mera confezione, ma rimane pur sempre un limite al di sotto del quale non si dovrebbe poter scendere.
E invece…
Invece è toccato sentire “autorevoli” ed “eminenti” esponenti politici di maggioranza strepitare e berciare di “attacco” e di “vulnus” (manco sapessero cosa vuol dire ’sta paroletta) “alla democrazia” perché questo o quel partito non è stato in grado di presentare le liste dei propri candidati seguendo le prescrizioni delle leggi regolatrici della materia.
Siccome non risulta che l’attività di presentazione (dalla raccolta delle firme al deposito delle liste dei candidati corredate di tutta la documentazione e di quant’altro richiesto dalla legge, inclusi i simboli distintivi delle singole liste) sia stata ostacolata o impedita da chicchessia, ma che si sia trattato di negligenze e leggerezze da parte degli stessi incaricati di quei partiti – i cui predetti “autorevoli” ed “eminenti” esponenti politici fanno parte – ci si chiede: ma di cosa si lagnano costoro?
Ci stanno forse dicendo: “Non potete sottrarre agli italiani il diritto di votare per quel branco di prepotenti incapaci che siamo!”?
Per la verità, gli italiani sono e rimangono liberi di farsi del male come peggio credono; il punto è che non esiste il diritto di votare per chi meglio esprime il proprio punto di vista (anche perché, altrimenti, ci sarebbero tanti candidati quanti elettori); si ha il diritto di votare per chi ha correttamente esercitato il proprio diritto di presentarsi candidato alle elezioni secondo quanto prescrivono le leggi elettorali.
Se la legge dice che:
- occorre un numero minimo di firme per presentare una candidatura (cosicché il candidato sia rappresentativo di una parte significativa dell’elettorato, e non un avventurista estemporaneo che spreca solo il tempo proprio e della collettività, oltre che pubbliche risorse);
- occorre che queste firme siano certificate da un pubblico ufficiale per assicurare che le firme provengano effettivamente da persone reali, che le hanno volute apporre e a sostegno di ben precise persone (e non “in bianco”);
- occorre che le candidature siano presentate entro un termine ben preciso, per consentire il regolare e ordinato svolgersi della campagna elettorale;
allora sta a chi si vuole candidare di fare attenzione a fare le cose come si deve, con diligenza, correttezza e serietà.
Se la legge dice che il mancato rispetto delle regole comporta l’esclusione dalla competizione elettorale, chi non abbia osservato le norme non può essere candidato.
Per venire alla cronaca e fare nomi e cognomi, se il centrodestra in Lombardia e Lazio si è comportato scorrettamente e non è stato in grado di presentare le proprie candidature nel rispetto delle regole comuni, dov’è “l’attacco alla democrazia”?
Non ci sono “nemici komunisti” a impedire agli elettori di centrodestra di votare per i propri candidati; c’è stata piuttosto la superficiale insipienza di certi esponenti del centrodestra ad aver impedito ai propri elettori di esprimere il voto per loro.
Ma, d’altra parte, ci vorrebbe una tempra di ferro per ammettere: “siamo stati coglioni, stavolta tocca star fermi un giro”; nulla di più lontano dalla natura dei gasparri e dei cicchitto (tranquilli, non sono refusi) di turno, che debbono sempre trovare il modo di dare agli altri la colpa delle proprie minchiate (come direbbe Altan: “Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio”).
E adesso c’è pure il decreto “interpretativo”!
Alte si son levate le voci scandalizzate, e a ragione (anche se, pure fra costoro, non è mancato chi abbia trasceso inutilmente i toni).
Ma non disperiamo: si sa come sono le pentole del diavolo, e dopo aver letto il “de-cretino” (non è un errore del sillabatore, tranquilli), non sarei così sicuro che “l’attacco alla democrazia” sia stato del tutto sventato.
Prepariamoci, quindi, alla fase due: “giudici komunisti”, state attenti a come “interpreterete” la legge – e i fatti, soprattutto – alla luce del decreto “interpretativo”.
In attesa, come argutamente dice la Bonino, di un prossimo decreto elettorale in stile olimpico, secondo cui per vincere le elezioni sarà sufficiente “parteciparvi”, naturalmente essendo “maggioranza”.
Tanto, in qualche maggioranza, quelli là, di sicuro ci rientrano.
Ma non vi dico in quale, sennò dite che sono “komunista”.
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