Il Grande Razinga, dopo averci provato qualche tempo fa coi magistrati, chiama adesso i farmacisti cattolici all’obiezione di coscienza, affinché costoro si rifiutino di fornire medicinali “per fini immorali”, tipo le pillole anticoncezionali (del giorno prima o del giorno dopo non fa differenza).
Su la Repubblica di oggi è apparso al riguardo un acuto e arguto commento di Michele Serra, che condivido pienamente e al quale rimando volentieri (ubi maior… in questo caso).
In cronaca, si registra la sollecita adesione di un esponente di un’associazione di farmacisti (me ne sfugge il nome in questo momento, sia dell’associazione sia dell’esponente, ma non credo possa costituire un problema, anzi forse è meglio per loro…).
Mi sia quindi consentita una breve annotazione di carattere giuridico, che dovrebbe tagliare la testa al toro (non potendolo fare con quella di certe belle personcine…): fintantoché il numero e l’ubicazione delle farmacie rimane, come adesso, rigidamente contingentato (per cui non è possibile aprire una nuova farmacia se non si rileva una concessione già esistente o non ne vengono bandite di nuove), il farmacista è un esercente un servizio di pubblica necessità e per tale motivo non può assolutamente rifiutarsi di vendere o procurare un farmaco che sia stato regolarmente prescritto, non importa la pretesa “moralità” del farmaco o dei suoi possibili utilizzi.
Onori e oneri, cari i miei farmacisti cattolici.
Non vi va di vendere certi medicinali?
Benissimo, vendete la vostra farmacia e levatevi dalle palle!
Per quanto mi concerne, sottoscrivo in pieno la proposta del presidente boliviano Evo Morales: trasferiamo l’ONU in Italia e il Vaticano a New York!
Fosse la volta buona che ’sto disgraziato paese entra finalmente nell’Evo Moderno…
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