“Famiglie, vi odio!” (André Gide)

Domani a Roma si terrà la manifestazione denominata “Family Day”.
Si trattasse solo della richiesta al governo di adottare una seria e fattiva politica in sostegno delle famiglie, vi sarebbe poco da eccepire, tranne che si poteva fare anche prima (i precedenti governi, incluso il penultimo e non rimpianto, poco o nulla hanno fatto in materia, nonostante ogni contraria affermazione).
Ma, dato l’impulso catto–clericale che la caratterizza, questa manifestazione è più che altro la rabbiosa reazione di rigetto al progetto (a questo punto, e peraltro, semi–abortito) di regolamentazione delle convivenze diverse dalla famiglia legittima.
Più volte ho detto che i DICO non mi piacciono (anche se per tutt’altri motivi, soprattutto di carattere tecnico–giuridico).
Mi piace ancor meno, tuttavia, l’atteggiamento di quanti pretendono di imporre a tutti i costi il loro personale punto di vista, anche in quei casi in cui la differente opinione non causerebbe loro alcun danno o disagio.
A dirla tutta, a manifestare contro i DICO dovrebbero essere i soggetti che dai DICO sono direttamente interessati, data la povertà della risposta governativa alle loro rivendicazioni.
(Su quest’ultime, poi, ci sarebbero parecchie cose da dire, ma rimandiamo ad altra occasione, se del caso.)
E poi, lasciatemelo dire: io, l’inglese, lo capisco e lo parlo abbastanza bene, ma proprio non sopporto l’esagerato ricorso a espressioni straniere quando la nostra lingua — che è bellissima, a saperla parlare come si deve — consente in maniera altrettanto efficace di esprimere gli stessi concetti.
Gli faceva tanto schifo, chiamarla “Giornata della Famiglia”?
Al limite, per evidenziare le reali “eminenze grigie” della manifestazione, si sarebbe potuto optare per “Dies Familiae”.
In attesa del Dies Irae: di ’sto passo, non manca molto.

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