L’attuale legge elettorale del Parlamento è stata definita dal suo stesso, principale autore “una porcata” (per una volta, si può convenire con Calderoli senza provare vergogna).
Peraltro, siccome il suo sporco lavoro l’ha pur fatto, non sorprende che, a onta delle dichiarazioni generosamente sparse a/da destra e manca, poco o nulla sia stato sinora fatto per sostituirla con uno strumento più serio e degno di un paese civile.
Poiché, però, è stato promosso un referendum che potrebbe rendere meno “porca” la legge in questione (e sai mai che stavolta la Chiesa non faccia ostruzione), onde evitare sgradite sorprese i nostri parlamentari stanno timidamente iniziando a muovere un po’ d’aria onde metter mano alle norme di riforma.
Chiaramente, ciascuno porta acqua al suo mulino, cosicché ognuno mette le mani avanti per evitare di vedersi scippare la poltrona da sotto il sedere: e sono partite le prime, velate minacce (vedi le dichiarazioni di Mastella, per esempio).
Al di là di quanti non hanno avuto vergogna a dichiarare i propri, personali interessi di bottega, si fa un gran parlare di modelli elettorali: chi preferisce il “sistema tedesco”, chi vorrebbe il “sistema francese”, chi opta per il maggioritario, chi dichiara intoccabile il proporzionale, e così via vociando.
Da cittadino preoccupato che il mio paese non si incarti su se stesso per l’ennesima volta, lascio per un momento il mio habitus demolitorio e mi provo a essere costruttivo.
Quello che ci serve, nella mia non umile opinione, è l’efficienza delle istituzioni; in altri termini, che il Governo — di destra o di sinistra che sia — possa operare senza essere schiavo dei veti incrociati di sue componenti minoritarie (quelli con una percentuale di voti “da prefisso telefonico”, come si soleva dire).
In quest’ottica, va decisamente accantonato ogni criterio proporzionalistico, data la notoria italica tendenza alla moltiplicazione dei partiti politici: quanti ce ne sono, oggi in Parlamento, che non rappresentano che i propri leader?
Facciamo un piccolo elenco: UDEUR (la famiglia Mastella), IDV (il Ministro Di Pietro: a proposito, un genio! In quale lista è stato eletto al Senato l’ineffabile De Gregorio?), PDCI (pippaioli come e peggio di Rifondazione Comunista: almeno questi sono di più), RnP (per quanta simpatia si possa provare per le idee che professano, i professanti sono divenuti perniciosi, più che inutili), DC (quel losco figuro di Rotondi, transfuga UdC), Pensionati (la cui unica ragion d’essere è garantire uno scranno all’ancor più losco Fatuzzo: chi era costui?), MSI-FT (nostalgia, nostalgia canaglia…), AS (brutta cosa esser nipoti di qualcuno, se altro non si è…), e chi più ne ha… (invero, non tutte le formazioni elencate vantano parlamentari nazionali: ma tutte si sono presentate alle elezioni, ingolfando le schede e disperdendo i voti).
Ma anche fra i soggetti di maggior consistenza elettorale non mancano gli “enti inutili” o tout court irragionevoli: da una parte, la tripartizione FI-AN-UdC (non è invero facile distinguerli, date le numerose sovrapposizioni ideologiche e di bacino elettorale), dall’altra la Margherita (ibrido composto di gente che starebbe meglio se distribuita un po’ coi DS e un po’ con la CdL: tenuti insieme, rischiano solo di nuocere a se stessi — e fin qui, poco male, anzi… — e al Paese).
Quindi, l’imperativo è semplificare.
Allora bisognerebbe optare senza esitazioni per un sistema maggioritario, senza inquinamenti proporzionalistici: collegi uninominali, con eventuale ballottaggio fra i due candidati più votati nel caso che nessuno raggiunga la maggioranza assoluta al primo turno (un po’ come si fa nelle elezioni Comunali).
Ma, già che ci siamo, perché non estendere la semplificazione?
La mostruosa riforma costituzionale tentata — e, per fortuna, fallita — dalla CdL andava proprio nel senso opposto, incasinando oltremisura i meccanismi di funzionamento delle Istituzioni.
L’impianto costituzionale, invece, può ritenersi ancora valido: quel che forse potrebbe servire è:
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l’abbandono del bicameralismo perfetto, con radicale distinzione delle funzioni delle due Camere: A) un’Assemblea Nazionale, con competenza a legiferare nelle materie riservate allo Stato; B) un’Assemblea delle Regioni, che emani le leggi quadro nelle materie devolute alla competenza regionale; C) lasciando il sistema della doppia lettura solo per le leggi costituzionali e conservando il bicameralismo solo per alcune limitate materie (fiducia al Governo, leggi finanziarie, di bilancio e tributarie, trattati internazionali, elezione del Presidente della Repubblica e dei Giudici Costituzionali, etc.);
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la riduzione del numero dei Parlamentari: 300 deputati nazionali e 150 regionali potrebbero già essere più che sufficienti;
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la limitazione del numero dei mandati parlamentari (così da garantire, anche giocoforza, il ricambio generazionale e non avere più certe cariatidi…);
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l’incompatibilità assoluta fra il mandato parlamentare e gli incarichi governativi (cosicché se un deputato venisse nominato ministro o sottosegretario, decadrebbe automaticamente dalla carica di parlamentare, e si tornerebbe a votare nel suo collegio: ma, intanto, lui si sarebbe giocato uno dei mandati a disposizione, tie’!).
Credo non si possa logicamente confutare che ciò che ho esposto così a sommi capi risponda a estrema ragionevolezza e potrebbe garantire un deciso incremento nell’efficienza delle nostre istituzioni.
Chiaramente, se venisse realizzato si avrebbe la brutale e immediata falcidia dell’attuale “classe dirigente” (Mastella, questo dobbiamo riconoscerglielo, è stato chiarissimo e onestissimo al riguardo: d’altronde, lui il culo ce l’ha ben inchiavardato alla poltrona).
Dobbiamo tristemente archiviare il tutto, quindi, fra le pie illusioni e i buoni propositi che, puntualmente, non si realizzano mai.
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