Archivio per Gennaio 2007

Nella biblioteca di Robin

La gentile Torquilla (Teocrito di Siracusa o Jynx Torquilla? Conoscendola, direi la prima opzione…) è curiosa di sapere quale libro mai potrei considerare “un capolavoro della letteratura di tutti i tempi”, ovvero “quale libro tornerebbe sul mio comodino”.
Debbo nel lungo periodo escludere i ritorni (ho una lista d’attesa che fa spavento: la ragione è che compro più libri di quanti riesca a leggere; d’altronde, c’è chi combatte il logorio della vita moderna ingozzandosi di cioccolata e chi ci provava alcolizzandosi di liquore al carciofo nel bel mezzo del traffico urbano…).
Per il resto, ho avuto la fortuna di leggere tanti bellissimi libri e ho quindi solo l’imbarazzo della scelta.
Per dire solo i primi che mi vengono alla mente (in ordine assolutamente sparso):

  • Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo (il più bel romanzo giallo mai scritto);
  • Fëdor Dostoevskij, I demonî (quando la passione politica era una cosa seria);
  • Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov (troppo grande per una definizione anche volutamente semplicistica come le precedenti);
  • Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita (fantastico in tutti i sensi);
  • Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine (sfugge a ogni descrizione);
  • Ippolito Nievo, Le confessioni di un Italiano (perché la scuola italiana si ostini solo su Manzoni ancora non l’ho capito);
  • Stendhal, Il rosso e il nero (gioventù e passione);
  • Stendhal, La Certosa di Parma (idem, e pensare che è stato scritto in neanche due mesi);
  • Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo (dimenticate tutte le trasposizioni cinematografiche e televisive, soprattutto le più recenti);
  •  Henry James, Ritratto di signora (per quanti gradiscano i romanzi in cui l’azione avviene all’interno della psiche dei personaggi, HJ è l’indiscusso maestro progenitore);
  • Raymond Chandler, Il lungo addio (una struggente amicizia virile);
  • J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli (il potere della fantasia);
  • Eugenio Montale, L’opera in versi (…).

E qui mi fermo, chiedendo scusa a coloro che ho per ora trascurato…
(Si capisce, comunque, perché questo blog tende a essere “pesante”…)

La scoperta dell’acqua calda

Oggi su Repubblica si può leggere un’inchiesta di Attilio Bolzoni sullo stato più che degradato del Tribunale di Roma.
Il Ministro della Giustizia Clemente Mastella ha definito la situazione “stupefacente e raccapricciante”.
Finalmente la realtà, sia pur con decenni di ritardo, ha raggiunto — quantomeno pubblicamente — il Ministero.
Per parte mia, ricordo lo shock della prima udienza da praticante al Tribunale di Venezia, nella primavera del 1991 (sei mesi più tardi, avrebbero chiuso la sede per urgenti e indifferibili lavori per la messa in sicurezza dell’edificio: rischio di incendi, tanto per gradire).
Quanto Bolzoni riferisce del Tribunale di Roma, purtroppo, non riguarda solo la Capitale: semplicemente, nelle realtà più grandi tutti i problemi vengono ingigantiti, ma è più o meno così dappertutto (Bolzoni scrive di Roma e a me sembrava di leggere di Venezia).
Appena ieri, il Ministro Mastella presentava il suo piano per rimediare alle lentezze e inefficienze della Giustizia in Italia: già altri l’hanno definito un pio desiderio o i classici pannicelli, in realtà ogni tentativo di riforma “a costo zero” è destinato a fallire prima ancora di cominciare.
Il problema della Giustizia in Italia è fondamentalmente di mancanza di risorse: ci vogliono più addetti, sia personale che Magistrati: e intendo Magistrati di carriera, non Giudici Onorari (laureati in giurisprudenza o, talvolta, avvocati freschi di esame che vengono temporaneamente incaricati e aggiunti ai magistrati di ruolo; con quale capacità e competenza, è facile arguire…).
Peccato che l’ANM (e/o chi per lei) sia sempre stata ferocemente contraria all’aumento degli organici, perché — a suo dire — ciò avrebbe comportato uno scadimento della qualità dei magistrati.
A parte il fatto che neanche oggi la qualità complessiva è esaltante (come dappertutto, ci sono quelli bravi e quelli meno, quelli che lavorano e quelli che battono la fiacca: solo che, essendo in pochi, gli inadeguati zavorrano intollerabilmente una situazione già al collasso), vorrei capire se costoro hanno veramente a cuore le sorti della giustizia (intesa anche come indispensabile servizio al cittadino) o non pensino solo al loro “particulare” (temo, la seconda che ho detto).
Ma voglio essere costruttivo: caro Signor Ministro, per prima cosa — visto che pare che le entrate fiscali siano state un po’ meglio del previsto — ottenga dai Suoi Colleghi Padoa-Schioppa e Visco che allarghino generosamente i cordoni della borsa e, non solo siano eliminati i tagli da trecento milioni di Euro (se non sono di più) previsti al bilancio della Giustizia per i prossimi tre anni, ma si provveda a una sostanziosa alluvione di fondi.
Beninteso, che questi vadano spesi, e come si deve.
Per esempio, assumendo il personale che manca e reclutando nuovi magistrati di carriera (magari, pescando anche nella pletora di giovani avvocati: sempre meglio che limitarsi agli onorari).
Poi, si possono sempre fare dei tagli, purché cum grano salis.
Suggerisco:

  • nell’informatizzazione degli Uffici Giudiziari, si privilegi il software libero; due indicazioni principali: il sistema operativo GNU/Linux e la suite OpenOffice.org 2 (al posto degli omologhi Microsoft: sono pressoché gratuiti e funzionano anche meglio);
  • si riveda la geografia giudiziaria: spiace far di questi discorsi, ma in Piemonte e in diverse regioni del Meridione ci sono un sacco di Tribunali veri e propri, dove forse basterebbero delle Sezioni territoriali distaccate;
  • si dia vero e serio impulso al Processo Civile Telematico (finora si è speso tanto e fatto nulla).

 

Si capisce, peraltro, che alla “classe” politica della Giustizia importi poco o nulla, anche per furbo calcolo personale: vedi quanti inquisiti son finiti in Parlamento, strillando alla “persecuzione comunista” (la realtà è che loro erano ladri, ahimé).

    Ma la vera domanda è: per quanto ancora “il centro potrà reggere”?
    Mica per deprimere, ma il Secondo Avvento si fa sempre più vicino, e saran cazzi per tutti…

    Sepolcri imbiancati

    Il presidente della CEI, Card. Camillo Ruini, ha dichiarato di “aver sofferto per aver negato i funerali religiosi a Piergiorgio Welby”.
    Ne sono lieto, e mi auguro che la sofferenza continui e gli faccia desiderare la fine, come è successo al povero Welby.
    E poi voglio che qualche altro stronzo di prete gli neghi i funerali in Chiesa, se — come umanamente può accadere (perché anche Ruini è un uomo, per disprezzabile che possiamo ritenerlo) — non ce l’abbia fatta a non farsi staccare la spina.
    Poi ne riparliamo.
    (Non accadrà: in primo luogo, perché a pochi capita veramente quel che si sono meritati, e poi perché la legge di Dio, come quella degli uomini, ai più si applica, ma per gli “amici” “si interpreta”.)

    Per non dimenticare

    Il 27 gennaio è la Giornata della Memoria, istituita per commemorare il genocidio perpetrato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, a danno di ebrei, zingari, omosessuali, minorati mentali e fisici e tanti altri che ebbero la sfortuna di rientrare nella categoria “sbagliata” di turno.
    Se è vero che sono i tedeschi a portare il maggior peso della colpa, non è che noi italiani possiamo andarcene tanto fieri e tranquilli: una parte non insignificante del nostro popolo si rese complice e correa degli stranieri invasori e assassini.
    Casomai nessuno si fosse preso la briga di ricordarglielo, bisognerebbe dire a Storhacker & Co. che tanto malanimo nei loro confronti non viene dal fatto che si richiamano “al fascismo”, poiché l’Italia è stata ufficialmente fascista per oltre vent’anni (sotto il Puzzone) e di fatto fascista ha continuato a esserlo sotto le varie sigle liberaldemocentrocattoliche (dalla DC fino a all’UdC passando per FI e parte di AN); bensì, per aver posto le proprie radici nella Repubblica Sociale Italiana, cioè un governo fantoccio al servizio del nemico invasore e che si è reso responsabile di efferati crimini nei confronti del suo stesso popolo.
    Peraltro, ci dev’essere anche qualche fattore antropologico, se la linea rossa che unisce le belve della Decima MAS (quelle capeggiate da Junio Valerio Borghese, poiché la Decima MAS fino al 1943 era solo un’onorata unità speciale della Regia Marina Italiana) alle belve del Circeo (Izzo, Ghira & Guido) sempre da quella parte corre.
    Possiamo comunque dirci fortunati, perché accanto a tali connazionali di cui portare imperitura vergogna sono esistiti altri italiani di cui invece andar fieri, e che hanno in qualche modo attenuato le nostre malefatte precedenti.
    Fra i molti, mi piace ricordare (l’ho già fatto altrove) Piero Calamandrei, giurista e avvocato, che seppe degnamente rispondere all’arroganza e alla protervia del macellaio Kesselring con parole ferme, dignitose e belle.
    Lascio quindi a lui lo spazio che resta di questo post: ubi maior, minor cessat.

    Lo avrai
    camerata Kesselring
    il monumento che pretendi da noi italiani
    ma con che pietra si costruirà
    a deciderlo tocca a noi.
    Non coi sassi affumicati
    dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
    non colla terra dei cimiteri
    dove i nostri compagni giovinetti
    riposano in serenità
    non colla neve inviolata delle montagne
    che per due inverni ti sfidarono
    non colla primavera di queste valli
    che ti videro fuggire.
    Ma soltanto col silenzio del torturati
    Più duro d’ogni macigno
    soltanto con la roccia di questo patto
    giurato fra uomini liberi
    che volontari si adunarono
    per dignità e non per odio
    decisi a riscattare
    la vergogna e il terrore del mondo.
    Su queste strade se vorrai tornare
    ai nostri posti ci ritroverai
    morti e vivi collo stesso impegno
    popolo serrato intorno al monumento
    che si chiama
    ora e sempre
    RESISTENZA

    Poi dicono che uno si butta a sinistra…

    Nulla come una personale disavventura per rendersi conto di certe soperchierie.
    L’altro ieri faccio per avviare il mio computer portatile: normalmente, lo uso a casa e per praticità lo tengo sempre alimentato dalla rete elettrica; quella volta, per ragioni estemporanee, decido di usarlo con l’alimentazione a batteria.
    Niente. Nix. Nada.
    La stramaledetta macchina pare morta.
    Riattacco la spina e quella parte tranquillamente.
    Vado a controllare il pannello di Windows (ebbene sì: mi piacerebbe usare Linux, ma è ancora troppo una roba per hackers, per quanti progressi abbia indubbiamente fatto nel tempo) relativo all’alimentazione e mi vedo dire che la batteria sarebbe “assente”.
    Volto la macchina e… ma no! la batteria è ancora lì, saldamente inserita nel suo alloggiamento.
    Non me l’hanno fregata nottetempo, quindi: è solo kaputt.
    Certo, se si considera che il computer non ha ancora un anno, un tantino rode.
    Bel bello, chiamo il servizio assistenza della Sony (il mio notebook è un fighissimo VAIO) e mi sento dire che “Sony non può intervenire perché non dà garanzia sulle batterie, in quanto materiale di consumo”; in altri termini, poiché le batterie sono soggette a usurarsi molto prima della fine del ciclo vitale delle macchine che equipaggiano, la casa produttrice non risponde del loro malfunzionamento!
    Morale della favola: dovrò acquistare una nuova batteria (tra l’altro, direttamente da Sony, visto che neppure i centri che vendono computer Sony trattano questi ricambi): “solo” duecento Euro e passa la paura!
    (A margine: le batterie Sony non sono proprio il massimo; è notizia di qualche mese fa che Dell e Apple hanno dovuto richiamare qualche milione di batterie difettose — prodotte da Sony — che rischiavano di far esplodere il computer per eccessivo surriscaldamento! A seguire, anche altri produttori come Panasonic, Toshiba, IBM/Lenovo, Fujitsu, Hitachi, Sharp e, buon’ultima, la stessa Sony hanno richiamato le batterie difettose di marca Sony. Si parla di quasi otto milioni di pezzi, per un costo di centinaia di milioni di dollari! Credo ben che non le vogliano garantire!)
    (Va pure detto che Sony non è la sola a tirare di questi scherzetti; provate un po’ a controllare la garanzia del vostro telefonino Nokia, per esempio: la batteria è garantita per soli sei mesi.)

    La cosa fastidiosa è che, quando ti informi prima di acquistare un computer, nessuno ti avverte di questi piccoli particolari: li scopri solo quando hai già pagato e ritirato la merce e, allora, puoi dare un’occhiata alle condizioni di garanzia (scritte fitto fitto in caratteri a corpo 6).
    Comunque, a Sony non gliela faccio passar liscia.
    Già la raccomandata è partita; se fra un mese non mi arriva il rimborso della batteria nuova, gli faccio pure causa (quantomeno, c’è di buono che l’avvocato non me lo devo pagare…).

    Nella biblioteca di engi

    A dispetto (o forse, pensandoci meglio, le due cose sono perfettamente congruenti) del tono leggero e scanzonato del suo blog, la cara engi non rifugge dalle buone letture (se, per statistica, una discreta parte degli italiani legge almeno un libro all’anno, è anche per merito suo…).
    Nel corso degli anni, qualche libro lo ha regalato anche a me: a onor del vero, non sempre i nostri gusti coincidono (non mi ha mai detto cosa pensa dei libri che le ho regalato io, se poi li ha in effetti letti…), ma un paio di titoli mi sono piaciuti e voglio segnalarli anche a quei pochi indefessi frequentatori delle mie righe.
    Si tratta di:

    • Peter Pouncey, “Regole per vecchi gentiluomini”, Neri Pozza editore;
    • Peter Cameron, “Quella sera dorata”, Adelphi.

    Non penso si possano definire “capolavori assoluti della letteratura di tutti i tempi”: tuttavia, qualche ora di non banale relax ve la potranno assicurare (un po’ come certe commedie sofisticate degli anni ’40, ’50 e ’60 dello scorso secolo).
    (Quegli incoscienti che fossero curiosi di qualche lettura un tantinello più impegnativa possono chiedere a loro rischio e pericolo…)
    L’importante, comunque, è leggere: buone letture a tutti.

    Chi elogia gli avvocati?

    Ci sono voluti quasi cinquant’anni (a contarli dalla quarta edizione, uscita postuma nel 1959; la prima era addirittura del 1935, e quindi saremmo oltre i settanta…), ma finalmente un magistrato ha restituito il favore a Piero Calamandrei e al suo “Elogio dei giudici scritto da un avvocato”.
    Non siamo ancora, pervero, all’esplicito “Elogio degli avvocati scritto da un giudice”: in effetti, a scrivere è un pubblico ministero, e in forma di romanzo (quasi che dir bene di un avvocato sia possibile solo nella finzione?), ma a ben vedere è forse più di quanto la mia categoria si meriti oggigiorno.
    Sto parlando di Gianrico Carofiglio, e dei suoi romanzi con protagonista l’avvocato Guido Guerrieri (“Testimone inconsapevole”, “Ad occhi chiusi” e “Ragionevoli dubbi”, tutti editi da Sellerio): sotto la superficie di un legal thriller “all’italiana” si rivela una scrittura godibile e rapinosa per quanto è asciutta e una comprensione dell’essenza dell’avvocato (di come un avvocato dovrebbe essere) quasi sconcertante, se si pensa che proviene da un “nemico”.
    Ignoro come sia professionalmente il pubblico ministero Carofiglio: lo scrittore è una lieta sorpresa (Gianrico Carofiglio ha pubblicato anche un altro romanzo, al di fuori della serie dell’avvocato Guerrieri: “Il passato è una terra straniera”, Rizzoli editore; non è un legal thriller — ma, in fondo, neppure gli altri lo sono del tutto e veramente — ma è egualmente un bel romanzo che merita di essere letto.)
    Quando potrò dire altrettanto di un mio collega?

    Buoni propositi per l’anno nuovo & modeste proposte

    L’attuale legge elettorale del Parlamento è stata definita dal suo stesso, principale autore “una porcata” (per una volta, si può convenire con Calderoli senza provare vergogna).
    Peraltro, siccome il suo sporco lavoro l’ha pur fatto, non sorprende che, a onta delle dichiarazioni generosamente sparse a/da destra e manca, poco o nulla sia stato sinora fatto per sostituirla con uno strumento più serio e degno di un paese civile.
    Poiché, però, è stato promosso un referendum che potrebbe rendere meno “porca” la legge in questione (e sai mai che stavolta la Chiesa non faccia ostruzione), onde evitare sgradite sorprese i nostri parlamentari stanno timidamente iniziando a muovere un po’ d’aria onde metter mano alle norme di riforma.
    Chiaramente, ciascuno porta acqua al suo mulino, cosicché ognuno mette le mani avanti per evitare di vedersi scippare la poltrona da sotto il sedere: e sono partite le prime, velate minacce (vedi le dichiarazioni di Mastella, per esempio).
    Al di là di quanti non hanno avuto vergogna a dichiarare i propri, personali interessi di bottega, si fa un gran parlare di modelli elettorali: chi preferisce il “sistema tedesco”, chi vorrebbe il “sistema francese”, chi opta per il maggioritario, chi dichiara intoccabile il proporzionale, e così via vociando.
    Da cittadino preoccupato che il mio paese non si incarti su se stesso per l’ennesima volta, lascio per un momento il mio habitus demolitorio e mi provo a essere costruttivo.
    Quello che ci serve, nella mia non umile opinione, è l’efficienza delle istituzioni; in altri termini, che il Governo — di destra o di sinistra che sia — possa operare senza essere schiavo dei veti incrociati di sue componenti minoritarie (quelli con una percentuale di voti “da prefisso telefonico”, come si soleva dire).
    In quest’ottica, va decisamente accantonato ogni criterio proporzionalistico, data la notoria italica tendenza alla moltiplicazione dei partiti politici: quanti ce ne sono, oggi in Parlamento, che non rappresentano che i propri leader?
    Facciamo un piccolo elenco: UDEUR (la famiglia Mastella), IDV (il Ministro Di Pietro: a proposito, un genio! In quale lista è stato eletto al Senato l’ineffabile De Gregorio?), PDCI (pippaioli come e peggio di Rifondazione Comunista: almeno questi sono di più), RnP (per quanta simpatia si possa provare per le idee che professano, i professanti sono divenuti perniciosi, più che inutili), DC (quel losco figuro di Rotondi, transfuga UdC), Pensionati (la cui unica ragion d’essere è garantire uno scranno all’ancor più losco Fatuzzo: chi era costui?), MSI-FT (nostalgia, nostalgia canaglia…), AS (brutta cosa esser nipoti di qualcuno, se altro non si è…), e chi più ne ha… (invero, non tutte le formazioni elencate vantano parlamentari nazionali: ma tutte si sono presentate alle elezioni, ingolfando le schede e disperdendo i voti).
    Ma anche fra i soggetti di maggior consistenza elettorale non mancano gli “enti inutili” o tout court irragionevoli: da una parte, la tripartizione FI-AN-UdC (non è invero facile distinguerli, date le numerose sovrapposizioni ideologiche e di bacino elettorale), dall’altra la Margherita (ibrido composto di gente che starebbe meglio se distribuita un po’ coi DS e un po’ con la CdL: tenuti insieme, rischiano solo di nuocere a se stessi — e fin qui, poco male, anzi… — e al Paese).
    Quindi, l’imperativo è semplificare.
    Allora bisognerebbe optare senza esitazioni per un sistema maggioritario, senza inquinamenti proporzionalistici: collegi uninominali, con eventuale ballottaggio fra i due candidati più votati nel caso che nessuno raggiunga la maggioranza assoluta al primo turno (un po’ come si fa nelle elezioni Comunali).
    Ma, già che ci siamo, perché non estendere la semplificazione?
    La mostruosa riforma costituzionale tentata — e, per fortuna, fallita — dalla CdL andava proprio nel senso opposto, incasinando oltremisura i meccanismi di funzionamento delle Istituzioni.
    L’impianto costituzionale, invece, può ritenersi ancora valido: quel che forse potrebbe servire è:

    1. l’abbandono del bicameralismo perfetto, con radicale distinzione delle funzioni delle due Camere: A) un’Assemblea Nazionale, con competenza a legiferare nelle materie riservate allo Stato; B) un’Assemblea delle Regioni, che emani le leggi quadro nelle materie devolute alla competenza regionale; C) lasciando il sistema della doppia lettura solo per le leggi costituzionali e conservando il bicameralismo solo per alcune limitate materie (fiducia al Governo, leggi finanziarie, di bilancio e tributarie, trattati internazionali, elezione del Presidente della Repubblica e dei Giudici Costituzionali, etc.);

    2. la riduzione del numero dei Parlamentari: 300 deputati nazionali e 150 regionali potrebbero già essere più che sufficienti;

    3. la limitazione del numero dei mandati parlamentari (così da garantire, anche giocoforza, il ricambio generazionale e non avere più certe cariatidi…);

    4. l’incompatibilità assoluta fra il mandato parlamentare e gli incarichi governativi (cosicché se un deputato venisse nominato ministro o sottosegretario, decadrebbe automaticamente dalla carica di parlamentare, e si tornerebbe a votare nel suo collegio: ma, intanto, lui si sarebbe giocato uno dei mandati a disposizione, tie’!).

    Credo non si possa logicamente confutare che ciò che ho esposto così a sommi capi risponda a estrema ragionevolezza e potrebbe garantire un deciso incremento nell’efficienza delle nostre istituzioni.
    Chiaramente, se venisse realizzato si avrebbe la brutale e immediata falcidia dell’attuale “classe dirigente” (Mastella, questo dobbiamo riconoscerglielo, è stato chiarissimo e onestissimo al riguardo: d’altronde, lui il culo ce l’ha ben inchiavardato alla poltrona).
    Dobbiamo tristemente archiviare il tutto, quindi, fra le pie illusioni e i buoni propositi che, puntualmente, non si realizzano mai.