La regolamentazione legislativa delle situazioni di convivenza non rettamente matrimoniale (vulgo: riconoscimento delle coppie di fatto), con particolare riferimento all’annuncio che il Governo se ne sarebbe occupato entro gennaio 2007 con un proprio disegno di legge, ha tenuto variamente banco nelle recenti cronache politiche.
A dimostrazione dello scollamento sempre più pronunziato fra la classe politica e la generalità dei cittadini: laddove quest’ultimi mostrano una certa apertura verso il tema in questione, la prima pare irrimediabilmente vincolata agli ukase delle gerarchie vaticane (salvo poi, bellamente disattenderli per quanto riguarda loro stessi: vero, onorevole — per così dire — Casini?).
Ancor più in generale, pare che la maggior preoccupazione consista in ciò: ove si “legalizzassero” le unioni omosessuali, si correrebbe il rischio di dover consentire in seguito che una “coppia di fatto legalizzata” di omosessuali possa adottare dei bambini.
Pare di poter inferire che, se queste son le premesse, a gennaio non vedremo un bel niente, perlomeno non da parte del Governo.
Il che, peraltro, non sarebbe neppure del tutto sbagliato: personalmente, trovo che la questione pertenga più propriamente all’iniziativa parlamentare in senso stretto, piuttosto che alla facoltà normativa dell’Esecutivo.
Ma, in realtà, tutto questo chiacchiericcio sta creando dei falsi problemi, quando invece vi sarebbe una soluzione abbastanza semplice a portata di mano (che, oltretutto, rispetterebbe anche l’aurea regola nota come Rasoio di Occam, per quanto la stessa sia più propriamente intesa come principio della logica pura, da applicarsi in campo scientifico e filosofico; ma anche in ambito giuridico sarebbe bene farvi più spesso ricorso, sia da parte del legislatore che da parte degli interpreti, giudici in primis).
La soluzione cui mi riferisco è quella adottata recentemente in Spagna: un deciso aggiornamento della legislazione matrimoniale, nel senso di:
- consentire il divorzio immediato e in tempi brevi (anziché costringere per ben tre anni a una preliminare separazione persone che hanno già chiaro di non voler più stare insieme; per quanti, invece, ritenessero comunque il bisogno o l’opportunità di una semplice separazione, questa potrebbe rimanere come facoltativa);
- consentire il matrimonio anche a persone dello stesso sesso (secondo alcuni affermati giuristi, peraltro, anche l’attuale status dell’ordinamento lo consentirebbe già);
- casomai, prevedere una più complessa procedura per sposarsi (prevedendo, per esempio, un corso prematrimoniale “laico” obbligatorio, di modo che gli aspiranti sposi possano sapere senza possibilità d’equivoco a cosa vanno incontro).
E per quanti non volessero comunque sposarsi?
Costoro potrebbero egualmente garantirsi alcune delle prerogative di tipo matrimoniale con l’adozione di accorgimenti del diritto privato che restituiscano effetti identici o comunque simili a quelli del corrispettivo matrimoniale (per esempio: per ottenere la successione nel contratto di locazione sarebbe sufficiente stipularlo congiuntamente al partner; per consentire il diritto di visita in ospedale ed eventualmente la decisione su determinate cure si dovrà rendere un’apposita dichiarazione avanti un Notaio; etc.).
Occorre, infatti, tener presente che non è concepibile — nel nostro ordinamento e, comunque, in una società che voglia dirsi civile — la previsione di diritti cui non si accompagni il correlativo in doveri; laddove tutti i discorsi che si sono finora sentiti sulla necessità di regolamentare le coppie di fatto hanno posto l’accento sempre e solo sui diritti e mai sui doveri.
V’è, invero, il sospetto che la regolamentazione delle coppie di fatto sia solo un escamotage per consentire un minimo di tutela legale a quanti non potrebbero mai comunque sposarsi, neanche volendolo, cioè gli omosessuali.
Così fosse, sarebbe oltremodo inammissibile: in tal modo sì che si creerebbero dei cittadini “di serie B”.
Il punto più meritorio di discussione, invece, concerne l’obiezione da più parti sollevata circa l’opportunità di consentire l’adozione alle coppie omosessuali (o ai single, di qualunque inclinazione sessuale siano).
Riguardata con mente serena e lucida, è un’obiezione stupida e che non ha ragione di essere (ma non nel senso che potreste immediatamente pensare, sciocchini!).
Sarà il caso di rammentare come da parecchi anni la ratio dell’adozione abbia subito un radicale — e giustissimo — rovesciamento di prospettiva: l’adozione, infatti, non serve più a “dare un figlio a chi non ne ha”, ma a dare una famiglia a chi ne sia rimasto privo; in altri termini, l’adozione è nell’interesse del minore adottando, non degli aspiranti genitori adottivi.
Tant’è vero che non basta far domanda, per vedersi riconoscere l’idoneità all’adozione, ma occorre affrontare un lungo e impegnativo percorso di colloqui, test ed esami.
Pertanto, quand’anche a far domanda fosse una coppia di uomini o una coppia di donne, non è affatto scontato che verrebbero dichiarati idonei; e se, invece, lo fossero, per quale ragione si dovrebbe negare a un bambino la possibilità di crescere in una famiglia (per quanto particolare): meglio, piuttosto, mantenerlo in un orfanotrofio o mandarlo da chi non è in grado di accoglierlo come si deve?
In realtà, la paura — neanche troppo inconfessata, anzi! — è che se un bambino cresce in un contesto di coppia omosessuale diverrà omosessuale anche lui (o, comunque, un disadattato).
Ora, a parte la basilare considerazione che la quasi totalità degli omosessuali è nata e cresciuta in una famiglia originata da una coppia eterosessuale, per cui l’argomentazione di cui sopra è in partenza sconfessata dai fatti; deve ancora essere spiegato perché essere omosessuale sia così terribile, e chi arrechi danno.
A meno che, nella mente di chi formulal’obiezione, non vi sia l’equiparazione: omosessuale = pedofilo; ma si tratta di un’equiparazione del tutto errata e ingiusta, che non val neppure la pena di confutare oltre (come se qualcuno volesse ancora sostenere che è il sole a girare intorno alla terra, perché lo dice la Bibbia).
Come si vede, in un paese civile il problema non avrebbe ragione di porsi; siccome l’Italia non è ancora un paese civile, mi sa che anche stavolta si perderà una buona occasione di progredire, per il basso interesse calcolatore di quanti si prosternano a 90° davanti al Papa, Cardinale, Vescovo di turno.
Con viva soddisfazione di quanti, nella Chiesa, non vedranno a rischio le proprie, personali, riserve di caccia.
0 Risposte a ““… et in terra PACS hominibus bonae voluntatis””