Archivio per Dicembre 2006

Guai ai vinti

A onor del vero, non pensavo a Saddam Hussein quando ho scritto, qualche post or sono, di attendere la morte di un altro tiranno; né — soprattutto — mi auguravo che ci si giungesse in questo modo.
In assoluto, sono contrario alla pena di morte, per una serie di motivi con cui non ritengo di tediare ora i miei occasionali e sparuti (ma ottimi!) lettori.
Con riferimento al caso di specie, la forca di Baghdad non sarà comunque la soluzione di un problema, solo la fonte di altri, e peggiori.
È, in ogni caso, un esito in piena armonia con le sue cause, cioè l’invasione americana dell’Iraq, questa sì un atto criminale, non fosse che a perpetrarlo è stata la nazione più potente del mondo (e allora, si sa, le valutazioni giocoforza cambiano…) .
Dobbiamo ricordarlo?
Non c’era alcuna ragione pressante ed effettiva di attaccare l’Iraq: Saddam Hussein è stato un fior di carogna, ma con l’11 settembre non c’entrava nulla, e nemmeno disponeva delle fantomatiche armi di distruzione di massa.
Certo, Hussein era un tiranno sanguinario, che si è macchiato di crimini orrendi (per molti dei quali — genocidio dei Curdi in primis — non potrà più essere giudicato), ma sarebbe casomai spettato al suo popolo sollevarsi contro di lui e farne giustizia (o vendicarsi) come meglio avesse ritenuto.
Invece, abbiamo assistito alla sua barbara uccisione, a compimento di un processo talmente farsesco da rivaleggiare coi Tribunali del Popolo cinesi dei tempi della Rivoluzione Culturale; con la differenza che, nella Cina di Mao, i diritti umani erano cose aliene quanto un marziano, mentre in Iraq si è detto esser stata “esportata la democrazia”.
L’esecuzione della condanna a morte di Saddam Hussein dà solo l’illusione — e solo ai più stupidi — di essersi liberati di uno scomodo fardello.
Non a caso un commento sostanzialmente soddisfatto è giunto dal Presidente degli Stati Uniti d’America, George W. Bush (i danni del cui passato d’alcolista sono ben visibili nel suo sguardo, a onta di chi creda che la natura aborra il vuoto…), il quale è riuscito a far ammazzare in Iraq più americani di quanti ne siano morti nel massacro delle Twin Towers.
Chiaramente, Bush jr. (il quale, va ammesso, è riuscito, in retrospettiva, a far sembrare suo padre un autentico gigante della politica) non si fermerà qui: ha già detto che l’impegno americano in Iraq non si arresta ma, anzi, molti altri soldati verranno inviati a supporto di quanti già sono colà.
E ti credo, il business della guerra che ha arricchito le corporations che lo hanno sostenuto (Halliburton, ma non solo) è troppo redditizio per abbandonarlo, anche se forse si può riconoscere all’attuale Presidente americano di non essere abbastanza intelligente per rendersi conto di esser stato, probabilmente, manovrato (in fondo, erano Cheney e Rumsfeld quelli davvero contigui alle lobbies che adesso stanno traendo enormi profitti dalla guerra).
In sintesi, una sporca faccenda che tutto il sangue scorso non basta a lavare; di certo, ne scorrerà ancora, ma probabilmente senza pulire un bel nulla.
In tutto ciò, la fine di Saddam Hussein è il contentino dato alle masse più becere e chiassose, troppo rimbecillite (dalla TV, dai predicatori, dai telepredicatori…) per rendersi conto della realtà delle cose.
Ad aggiungere squallore al dramma, il biasimo ipocrita degli antichi complici nostrani di GWB (Berlusconi & servi); i quali, per parte loro, forse solo adesso hanno cominciato a rendersi conto di non aver ricavato nulla dal casino che hanno combinato: i nostri soldati sono morti in Iraq senza che nemmeno il più infimo vantaggio sia venuto all’I talia (sarò cinico, ma neppure questo possiamo ascrivere positivamente al bilancio).
Sarà per questo, allora, che da destra martellano tanto sui “caduti di Nassirya”, indignandosi e stracciandosi le vesti non appena qualcuno osa avanzare delle critiche alla campagna di Babilonia (ovviamente, e non dovrei neppure precisarlo, quei poveri morti meritano solo rispetto e pietà, e compassione i loro cari; agli idioti che gridano “10, 100, 1000 Nassirya” spetta solo un disprezzo ancora maggiore e tante, tante botte in testa): perché il sangue di quei poveretti è le loro mani che lorda, e nessuno strepito patriottardo potrà mai farglielo dimenticare.
Ma tant’è, se anche hanno quel minimo d’intelligenza per rendersene conto, gli manca pur sempre quell’indispensabile minimo di vergogna per fargli abbassare il capo in quello che sarebbe, sì, un dignitoso silenzio.
Buon anno a tutti, sperando che veramente sia migliore di quello che finisce oggi.

Der Abschied

E così le porte della Chiesa Cattolica sono rimaste sbarrate per i resti mortali di Piergiorgio Welby.
Come se al povero Welby gliene potesse importare qualcosa, ormai.
I funerali, invero, servono ai vivi, a quelli che sono rimasti indietro, per trattenere ancora un po’ con sé se non altro l’idea di chi li ha lasciati, per stringersi tutti assieme e consolarsi reciprocamente nel comune dolore.
In quest’ottica, la punizione si è abbattuta su quanti non hanno dato mostra di esecrare la lucida determinazione di Welby a por termine alle proprie umane sofferenze, a quanti gli sono stati vicini sino all’ultimo e nulla han fatto per fermarlo, anzi.
Uno dei paradossi è che Welby e i suoi familiari erano tutti di provata fede cattolica (oddio, forse lo sono ancora, anche se non mi sorprenderebbe il contrario…).
Se è vero che Gesù Cristo ci ha insegnato soprattutto ad amare il prossimo e a perdonarlo, può una simile decisione dirsi “cristiana”?
Dov’è la pietà (per i defunti e, soprattutto, per i vivi)?
Dov’è la compassione (cioè il “patire con”, la condivisione fraterna della sofferenza)?
Dov’è il perdono per il peccatore (forse che si perdonano solo “certi” peccati e, soprattutto, solo “certi” “peccatori”?)?
Non arriverò a scandalizzarmi perché si sono celebrate in chiesa le esequie di fior di delinquenti, perché ad Altri spetta il Giudizio.
Questa, però, è dura da mandar giù.
D’altronde, si dovrebbe ormai aver capito che i preti sono bravissimi a dettar norme su materie che non conoscono per nulla:

  • non si sposano, ma ci dicono come deve essere il matrimonio (indissolubile, perlopiù, a prescindere da ogni altra considerazione e sesso solo per procreare, soprattutto, comunque vergognandosene perché è cosa schifosa in assoluto);
  • non fanno figli, ma ci dicono come debbono essere educati (catechismo, messa ogni domenica, ora di religione a scuola);
  • non la fanno passar liscia a chi non obbedisce loro perinde ac cadaver (appunto…), però se ti stuprano o ammazzano una persona cara, sono i primi a raccomandare il perdono cristiano (quanti se ne son visti nei TG di prima sera: oh, yes!).

Così stando le cose, vi dirò questo: io, in chiesa, ci vado ormai solo per battesimi, matrimoni e funerali, cioè per stare vicino a persone di cui m’importa; per il resto, Dio non ce lo sento più, solo un gran freddo.

 

Una piccola precisazione

Certuni mi rinfacciano di prendermela sempre con la Chiesa Cattolica (mai, invece, con l’Islam o con altre religioni).
Cari ragazzi, perché consti:

  1. l’Islam, per mia e vostra fortuna, qui da noi non detta legge; dopodiché, non mi si può onestamente dire filoislamico (qualche bottarella anche a loro gliel’ho pur assestata, qua e là…);
  2. quel che mi sta veramente sui cabasisi (© Andrea Camilleri) è l’atteggiamento della Chiesa Cattolica, che pretende di tramutare in legge dello Stato le proprie — per carità, lecite e legittime — direttive morali: come se la sua autorità non fosse sufficiente a indirizzare i fedeli; ma allora, che tristezza un Dio bisognoso del braccio armato della Legge! (libero arbitrio no, eh?)
  3. l’incazzatura, poi, cresce quando si dà un’occhiata al di fuori dei nostri confini: Austria, Francia, Spagna non mi sembrano nazioni atee o prive di tradizione cristiana (e, soprattutto, cattolica); lì, però, fanno le leggi senza mettersi a squadra di fronte alle gerarchie vaticane; come si vede che sono paesi civili!
  4. e allora maledetti i Savoia perché si sono fermati a Porta Pia! Ma dico io, gli costava tanto prendere il Papa e deportarlo ad Avignone? (Sai le matte risate?)

La Storia, allora, va riscritta all’incontrario: se buon sangue non mente, a vedere i Savoia che oggi girano anche per l’Italia, forse sarebbe stato meglio rimanercene sotto gli Asburgo.
Non c’è niente da fare: la XIII Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione andava mantenuta!

Welby e i Tartufi

L’ultimo, triste atto del dramma umano di Piergiorgio Welby avrebbe meritato ben altre e più degne reazioni.
Invece, i soliti noti hanno solo perso l’ennesima buona occasione per tacere e fare miglior figura.
La questione, invero, è scabrosa e delicata: dovrebbe prevalere la pietà (cristiana, perché no?), di fronte a una sofferenza così grande da far desiderare di cessare di vivere, pur di far cessare il dolore.
Questa esistenza è l’unica certezza che abbiamo: oltre, è una questione di fede, ma non si può, né si deve, pretendere d’imporre il proprio personale punto di vista a tutti.
Di qui in poi, non vorrei essere nei panni di chi sarà chiamato a giudicare se si sia trattato di un reato o dell’esercizio legittimo di un diritto costituzionale, tanto labile e incerto si presenta il discrimine fra le due ipotesi.
Evidentemente, un simile pudore non l’ha avuto l’ineffabile Luca Volonté (che apprendo essere capogruppo parlamentare alla Camera dei Deputati per l’UdC: complimenti, proprio un bel capogruppo si son scelti!), il quale non ha posto tempo in mezzo per invocare l’immediato arresto di quanti hanno agevolato il trapasso del povero Welby, additandoli pubblicamente e tout court come “omicidi”.
S’impongono, al riguardo, due riflessioni, una delle quali di carattere tecnico-giuridico.
In punto tecnico — per quanto è dato sapere, ovviamente — è assai opinabile che l’operato del medico che ha sedato Welby e poi spento il respiratore automatico concreti un omicidio vero e proprio.
Welby stesso aveva richiesto di interrompere le cure praticategli, considerandole un inutile e crudele accanimento; la sedazione, poi, era necessaria a meno che non si volesse che la morte di Welby fosse solo un ulteriore, lento, dolorosissimo, straziante supplizio; invece, Welby dovrebbe essere passato dal sonno alla morte senza accorgersene (speriamo per lui, quindi, che gli sia stata risparmiata almeno l’ultima sofferenza).
Sotto questa visuale, dunque, il medico in questione potrebbe non essere considerato un omicida ma un mero esecutore della volontà dell’avente diritto (a meno di non voler trattare disparitariamente quanti scelgono di non sottoporsi a cure mediche, a seconda che siano più o meno fisicamente impossibilitati).
Se, invece, si volesse adottare un profilo più severo, verseremmo nell’ipotesi dell’omicidio del consenziente (art. 579 C.P.), per cui non è previsto l’arresto obbligatorio del presunto autore; eventuali misure cautelari (custodia in carcere, arresti domiciliari, etc.) sarebbero possibili solo in ipotesi ben determinate: concreto ed effettivo pericolo di inquinamento probatorio (ma pare proprio che siamo in presenza dell’esatto contrario), concreto ed effettivo pericolo di fuga del reo (idem), concreto ed effettivo pericolo di reiterazione del reato (ma, anche qui, non sembra aver di fronte un nuovo Dottor Morte).
Prima conclusione, in punto tecnico: Volonté non sa e/o non capisce nulla di diritto e ha parlato solo per espellere un po’ dell’aria che sola gli riempie il cranio.
Fuor dello strictum ius, le parole del predetto Volonté sono lo specchio della mentalità tipica della nostra destra cattolicante: a parte l’ossessione della “vita” come mero dato biologico (la qualità della stessa è concetto che i catto-cattolici tiran fuori solo quando debbono lucrarci qualcosa, tipo i finanziamenti pubblici a parrocchie e scuole private), è evidente che il rispetto della vita che per costoro veramente conta è quello — e solo quello — che decidono loro.
Allora, non si deve abortire (e fin qui, per una certa parte si potrebbe anche concordare), non si deve intervenire sugli embrioni (anche qui si potrebbe essere d’accordo, ma solo per minima parte), non si deve staccare la spina ai malati terminali senza alcuna speranza di guarigione e che son tenuti in “vita” (rectius: efficienza organica) solo dalle macchine (soffrite, voi: se Dio l’ha deciso, va bene così).
Però la pena di morte o la guerra preventiva, invece, vanno bene, come pure sparare ai medici che praticano le interruzioni di gravidanza (come accade negli Stati Uniti d’America tanto cari a certa destra odierna: tutto sommato, preferivo i vecchi fascisti del MSI, che erano antiamericani in piena e dignitosa coerenza con le loro radici; che, poi, il tipo antropologico del fascista DOC mi sgomenti, è altro paio di maniche…).
Mi facciano almeno il favore di essere coerenti e onesti e di dire le cose come stanno, senza nascondersi dietro il dito dei “valori assoluti”: se parliamo di “vita”, è vita anche quella del peggior criminale su questa terra, e come tale va rispettata; altrimenti, dicano chiaro e tondo che si arrogano il diritto di decidere chi è degno di vivere e chi no secondo la loro personalissima morale, e ’fanculo al liberalismo, alla democrazia, all’uguaglianza.
Qualcosa del genere già accade nel mondo: nelle teocrazie dell’Islam più becero, retrivo, oscurantista e antimoderno (Iran, Afghanistan del Talebani, etc.) e nelle dittature totalitarie di qualsiasi colore (Corea del Nord, Cina, Cuba, Bielorussia: si noti, regimi sedicenti comunisti o postcomunisti; e poi, ditemi che ho i paraocchi).
Ma, ovviamente, non lo diranno mai.
Siamo alla proliferazione incontrollata del Tartufo (senza, purtroppo, neppure poterlo grattugiare sulla pasta, ahimé!).

“… et in terra PACS hominibus bonae voluntatis”

La regolamentazione legislativa delle situazioni di convivenza non rettamente matrimoniale (vulgo: riconoscimento delle coppie di fatto), con particolare riferimento all’annuncio che il Governo se ne sarebbe occupato entro gennaio 2007 con un proprio disegno di legge, ha tenuto variamente banco nelle recenti cronache politiche.
A dimostrazione dello scollamento sempre più pronunziato fra la classe politica e la generalità dei cittadini: laddove quest’ultimi mostrano una certa apertura verso il tema in questione, la prima pare irrimediabilmente vincolata agli ukase delle gerarchie vaticane (salvo poi, bellamente disattenderli per quanto riguarda loro stessi: vero, onorevole — per così dire — Casini?).
Ancor più in generale, pare che la maggior preoccupazione consista in ciò: ove si “legalizzassero” le unioni omosessuali, si correrebbe il rischio di dover consentire in seguito che una “coppia di fatto legalizzata” di omosessuali possa adottare dei bambini.
Pare di poter inferire che, se queste son le premesse, a gennaio non vedremo un bel niente, perlomeno non da parte del Governo.
Il che, peraltro, non sarebbe neppure del tutto sbagliato: personalmente, trovo che la questione pertenga più propriamente all’iniziativa parlamentare in senso stretto, piuttosto che alla facoltà normativa dell’Esecutivo.
Ma, in realtà, tutto questo chiacchiericcio sta creando dei falsi problemi, quando invece vi sarebbe una soluzione abbastanza semplice a portata di mano (che, oltretutto, rispetterebbe anche l’aurea regola nota come Rasoio di Occam, per quanto la stessa sia più propriamente intesa come principio della logica pura, da applicarsi in campo scientifico e filosofico; ma anche in ambito giuridico sarebbe bene farvi più spesso ricorso, sia da parte del legislatore che da parte degli interpreti, giudici in primis).
La soluzione cui mi riferisco è quella adottata recentemente in Spagna: un deciso aggiornamento della legislazione matrimoniale, nel senso di:

  • consentire il divorzio immediato e in tempi brevi (anziché costringere per ben tre anni a una preliminare separazione persone che hanno già chiaro di non voler più stare insieme; per quanti, invece, ritenessero comunque il bisogno o l’opportunità di una semplice separazione, questa potrebbe rimanere come facoltativa);
  • consentire il matrimonio anche a persone dello stesso sesso (secondo alcuni affermati giuristi, peraltro, anche l’attuale status dell’ordinamento lo consentirebbe già);
  • casomai, prevedere una più complessa procedura per sposarsi (prevedendo, per esempio, un corso prematrimoniale “laico” obbligatorio, di modo che gli aspiranti sposi possano sapere senza possibilità d’equivoco a cosa vanno incontro).

E per quanti non volessero comunque sposarsi?
Costoro potrebbero egualmente garantirsi alcune delle prerogative di tipo matrimoniale con l’adozione di accorgimenti del diritto privato che restituiscano effetti identici o comunque simili a quelli del corrispettivo matrimoniale (per esempio: per ottenere la successione nel contratto di locazione sarebbe sufficiente stipularlo congiuntamente al partner; per consentire il diritto di visita in ospedale ed eventualmente la decisione su determinate cure si dovrà rendere un’apposita dichiarazione avanti un Notaio; etc.).
Occorre, infatti, tener presente che non è concepibile — nel nostro ordinamento e, comunque, in una società che voglia dirsi civile — la previsione di diritti cui non si accompagni il correlativo in doveri; laddove tutti i discorsi che si sono finora sentiti sulla necessità di regolamentare le coppie di fatto hanno posto l’accento sempre e solo sui diritti e mai sui doveri.
V’è, invero, il sospetto che la regolamentazione delle coppie di fatto sia solo un escamotage per consentire un minimo di tutela legale a quanti non potrebbero mai comunque sposarsi, neanche volendolo, cioè gli omosessuali.
Così fosse, sarebbe oltremodo inammissibile: in tal modo sì che si creerebbero dei cittadini “di serie B”.
Il punto più meritorio di discussione, invece, concerne l’obiezione da più parti sollevata circa l’opportunità di consentire l’adozione alle coppie omosessuali (o ai single, di qualunque inclinazione sessuale siano).
Riguardata con mente serena e lucida, è un’obiezione stupida e che non ha ragione di essere (ma non nel senso che potreste immediatamente pensare, sciocchini!).
Sarà il caso di rammentare come da parecchi anni la ratio dell’adozione abbia subito un radicale — e giustissimo — rovesciamento di prospettiva: l’adozione, infatti, non serve più a “dare un figlio a chi non ne ha”, ma a dare una famiglia a chi ne sia rimasto privo; in altri termini, l’adozione è nell’interesse del minore adottando, non degli aspiranti genitori adottivi.
Tant’è vero che non basta far domanda, per vedersi riconoscere l’idoneità all’adozione, ma occorre affrontare un lungo e impegnativo percorso di colloqui, test ed esami.
Pertanto, quand’anche a far domanda fosse una coppia di uomini o una coppia di donne, non è affatto scontato che verrebbero dichiarati idonei; e se, invece, lo fossero, per quale ragione si dovrebbe negare a un bambino la possibilità di crescere in una famiglia (per quanto particolare): meglio, piuttosto, mantenerlo in un orfanotrofio o mandarlo da chi non è in grado di accoglierlo come si deve?
In realtà, la paura — neanche troppo inconfessata, anzi! — è che se un bambino cresce in un contesto di coppia omosessuale diverrà omosessuale anche lui (o, comunque, un disadattato).
Ora, a parte la basilare considerazione che la quasi totalità degli omosessuali è nata e cresciuta in una famiglia originata da una coppia eterosessuale, per cui l’argomentazione di cui sopra è in partenza sconfessata dai fatti; deve ancora essere spiegato perché essere omosessuale sia così terribile, e chi arrechi danno.
A meno che, nella mente di chi formulal’obiezione, non vi sia l’equiparazione: omosessuale = pedofilo; ma si tratta di un’equiparazione del tutto errata e ingiusta, che non val neppure la pena di confutare oltre (come se qualcuno volesse ancora sostenere che è il sole a girare intorno alla terra, perché lo dice la Bibbia).
Come si vede, in un paese civile il problema non avrebbe ragione di porsi; siccome l’Italia non è ancora un paese civile, mi sa che anche stavolta si perderà una buona occasione di progredire, per il basso interesse calcolatore di quanti si prosternano a 90° davanti al Papa, Cardinale, Vescovo di turno.
Con viva soddisfazione di quanti, nella Chiesa, non vedranno a rischio le proprie, personali, riserve di caccia.

L’attesa prosegue

E così non era l’ennesimo trucchetto.
Peraltro, il miglioramento del mondo, ahinoi, è quasi impercettibile.
Personalmente, avrei preferito vedere Pinochet alla sbarra a rispondere dei misfatti commessi negli ultimi, infami 36 anni e tre mesi della sua vita; se non altro, per la curiosità di sapere cosa avrebbe potuto accampare a sua giustificazione.
Non rimane che sperare nelle Giurisdizioni Superiori…
Vabbè, morto un tiranno, avanti il prossimo.

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In attesa

Non c’è mai da rallegrarsi quando un uomo è in punto di morte.
Nemmeno se è stato un traditore del suo Presidente e del suo Paese.
Nemmeno se è stato un assassino del suo popolo.
Nemmeno se è stato un ladro.
Nemmeno se è stato un vigliacco.
Cionondimeno, il mondo sarà un posto migliore senza Augusto Pinochet.

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Gli asinelli del presepe (La minoranza del neurone, Parte II)

Non è vero che con l’avvicinarsi del Natale si tenda a rabbonirsi, anzi in certi soggetti le festività hanno un effetto simile a quello della luna sugli psicopatici.
È successo che alcune catene di grande distribuzione abbiano deciso di non vendere più le statuine del presepe, causa la sempre minor richiesta dell’articolo in questione.
Apriti cielo!
I senatori Alfredo “Talebano” Mantovano (AN) e Gaetano Quagliariello (FI; nomen omen?), nonché l’ineffabile Luca Volontè (UdC; quello stesso che qualche mese fa se la prendeva con la pubblicità della Vodafone), strillando alla “vergognosa colonizzazione messa in atto per sradicare l’identità cristiana” (cfr. la Repubblica di oggi, p. 35), incitano la gente al boicottaggio di IKEA, Rinascente, Standa, Oviesse e altri ancora.
Inutilmente IKEA ha sommessamente fatto presente che “da sempre non vende presepi né altri simboli religiosi, né in Italia né all’estero, in quanto non fanno parte della tradizione scandinava” (dove — notoriamente — sono perlopiù protestanti).
Talebano & Quagliariello, imperterriti: “E così non solo IKEA decide di non mettere in vendita presepi ma spiega che ciò avviene per evitare l’esposizione di simboli religiosi. È certo però che nei negozi IKEA non mancano sculture etniche, che rinviano a tradizioni religiose animistiche e giardinetti zen; il pregiudizio antireligioso coincide col pregiudizio anticattolico”.
Di fronte a tanto, ogni logica si rivela disarmata e inutile.
Da Talebano e Volontè, in fondo, uscite del genere potevamo aspettarcele: il loro genio aveva già avuto occasione di manifestarsi; stupisce, piuttosto, che al coro si sia unito un esponente di Forza Italia, partito (partito?) dichiaratamente su posizioni liberali e filocapitalistiche.
In fondo, nel proprio negozio, uno sarà libero di vendere quel che crede, o no?
L’affaire, da insignificante che era, sta virando sempre più verso toni grotteschi e di farsa; quel ch’è tragico è che corbellerie di tal fatta escono da personaggi investiti di un potere costituzionale, non dal primo imbecille che si sia appena fatto un grappino di troppo nel bar sotto casa.
Neppure più il senso del ridicolo frena coloro che Flaiano definì (mai parole più giuste) “un branco di buoni a nulla capaci di tutto”.
Dalla minoranza del neurone alla prevalenza del cretino il passo va facendosi drammaticamente sempre più breve.

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