Archivio per Novembre 2006

L’obiezione di Tartufo

L’obiezione di coscienza dei medici nei confronti dell’interruzione volontaria di gravidanza torna agli onori delle cronache (su la Repubblica di oggi), a proposito del ventilato aggiornamento delle direttive ministeriali in materia.
La polemica è alquanto frustrante, e in ogni caso non è certo questo il luogo più adatto per sviscerare un tema tanto delicato e controverso dal punto di vista etico.
C’è una cosa che tuttavia mi rode da tempo e che l’occasione ha riportato alla superficie.
Detta in soldoni, ritengo che da un bel po’ — se questo fosse un paese serio e davvero laico — la normativa sull’obiezione di coscienza dei medici abbia cessato di rappresentare la giusta tutela di un giusto diritto e sia divenuta solamente comodo privilegio per ignavi quando non prepotente imposizione di personali punti di vista.
È notorio infatti che non tutte le “obiezioni” in questione sono davvero “di coscienza”: molti medici obiettano non perché contrari all’interruzione volontaria di gravidanza ma per sgravarsi di compiti sgraditi e scomodi (poi, magari, operano in qualche costosa clinica privata quegli aborti che rifiutano nelle strutture pubbliche…).
La previsione dell’obiezione di coscienza, invero, aveva la sua ratio al momento della promulgazione della L. 194/1978, per i medici specializzati in ginecologia e ostetricia cui sarebbe toccato di praticare le interruzioni di gravidanza e finanche per gli studenti in medicina specializzandi in quella determinata branca.
Sarebbe stato, quindi, ragionevole prevedere un termine massimo per dichiarare l’obiezione di coscienza che tenesse conto di queste precise situazioni; dopodiché, rien ne va plus.
Quanti, in seguito, non avessero voluto trovarsi a dover praticare aborti avrebbero quindi avuto la possibilità o di scegliere un’altra specializzazione, oppure di scegliere di non lavorare nelle strutture sanitarie pubbliche.
Tertium non datur, se non si vuole che la facoltà riconosciuta con la L. 194/1978 resti lettera morta e diritto negato.
Invece, e tartufescamente, siccome non è possibile tornare indietro e abrogare semplicemente la L. 194/1978, si cerca surrettiziamente e vigliaccamente di eluderne l’applicazione: anche la recente, vergognosa gazzarra in ordine all’utilizzo in Italia del farmaco un tempo noto come RU486 non è che un corollario di ciò.
Mi tornano alla memoria anche le sparate di quei farmacisti — ça va sans dire, cattolici — che pretendevano di esercitare l’obiezione di coscienza nella vendita dei profilattici e degli anticoncezionali in genere.
A costoro, e ai medici obiettori, ricordo che essi non comuni privati cittadini, né normali commercianti, ma esercenti un servizio di pubblica necessità, con tanto di privilegi e fringe benefits acclusi (i farmacisti in particolare).
Agli onori, spesso e volentieri, si accompagnano gli oneri: chi non vuole i secondi, non ha diritto neppure ai primi.
Non so se queste riflessioni siano mai vagate per la testa di qualche politico (mi riferisco a quelli che si definiscono liberali e/o progressisti): sarei, peraltro, curioso di sentire l’opinione di qualcuno di loro, anche se dubito che queste mie note saranno mai da loro lette.
A dire il vero, questa potrebbe essere proprio una tipica battaglia radicale: se qualcuno dei miei “venticinque lettori” può mettersi in contatto con Capezzone, Pannella o altri, lo prego di farlo.
Vediamo un po’ se, oltre al resto, si sono pure bevuti il cervello o hanno ancora ragione di esistere.

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Libero latte in libero stato (Liberalizzazioni, parte IV)

Negli anni ‘70 non avevano poi tutti i torti a dire che il privato è politico: eccovene un esempio.
Do per acquisito che voi fedeli frequentatori di questo blog siete altrettanto fedelmente habituées della mia spumeggiante cognatuzza engi; suppongo, quindi, che non ignoriate, a questo punto, la mia peculiare situazione familiare, in particolare il recente arrivo delle due terribili pesti AKA i miei deliziosi (gli anticomunisti viscerali apprezzeranno quantomeno la sincerità) gemellini.
Orbene, fra le esigenze dei nani c’è anche — ovviamente — LA PAPPA, che per un bel po’ di mesi consiste nel latte, materno quando ce n’è; ma se le piccole pesti decidono (loro come la loro sorellona a suo tempo) di arrivare con due mesi d’anticipo, è facile che la povera mammina non riesca a supplire da sé il nutrimento alle creature (se sono troppo piccoli, alla tetta non s’attaccano, e se la tetta non è adeguatamente stimolata, la produzione casearia s’interrompe): per cui tocca ricorrere al LATTE ARTIFICIALE.
Facciamo un passo laterale: engi ha segnalato nel suo blog un altro blog, quello di un’altra mamma di due gemelli – “Tutto doppio” – nel quale peraltro non ho trovato che un solo post dedicato, molto di sfuggita, all’allattamento artificiale.
Curiosa mancanza cui rimedio qui, e non solo.
Già un paio d’anni fa era comparsa sui quotidiani la querelle relativa al costo del latte artificiale, quando un gruppo di genitori di Milano si era coalizzato per effettuare acquisti massicci di latte artificiale all’estero (in particolare, in Germania), dove i prezzi sono un terzo di quelli praticati in Italia.
Per quanto mi riguarda, dovendo già due anni fa nutrire Emma con il latte artificiale, dal momento che qui in Italia i prezzi al chilo variavano dai ventisette Euro della grande distribuzione ai trentacinque della farmacia sotto casa, e che un chilo di latte in polvere bastava si è no per una settimana, ero riuscito a trovare un sito tedesco che vendeva il latte Humana (lo stesso che si trovava nella farmacia suddetta) a dieci Euro al chilo, più le spese di spedizione.
Morale, ho fatto un cospicuo ordine (la scorta per alcuni mesi, fino allo svezzamento) e il latte per la pargola mi è costato dodici Euro al chilo: fate un po’ voi i raffronti.
(Per inciso: se il vostro pediatra di base vi consiglia una determinata marca di latte, e solo quella, significa che prende le mandorle dalla casa produttrice: i vari tipi di latte artificiale sono TUTTI EQUIVALENTI, dal momento che debbono rispettare un disciplinare dell’OMS; al massimo, possono variare le percentuali di alcuni ingredienti non essenziali e un po’ il sapore, ma UNO VALE L’ALTRO.)
Trascorsi due anni, la situazione è un pochino migliorata: tra grande distribuzione e iniziative di FederFarma, oggigiorno si può trovare anche da noi il latte artificiale a prezzi che si aggirano sui dieci Euro al chilo (pure nella farmacia, nel caso del Neolatte).
In particolare, il latte Humana è in vendita da Schlecker (una catena austriaca di minimarket da poco approdata anche da noi) proprio a quel prezzo.
È fatta, direte voi.
Non proprio, dico io.
M’è capitato, una volta, di dover recuperare una confezione di latte Humana 1 alle 19:20: a quell’ora, l’unico posto in cui potevo arrivare in tempo era una farmacia del centro (ne ometto il nome per carità), che mi ha venduto una confezione di latte in polvere Humana 1 da quattrocentocinquanta grammi al modico prezzo di tredici Euro e rotti (al chilo fa circa trentatré Euro).
Aggiungasi, poi, che uno dei gemellini ha bisogno di un latte speciale, per contrastare i rigurgiti che in lui sono particolarmente forti: il latte AR non si trova da Schlecker, né in nessun altro supermercato, ma solo nelle farmacie, e il prezzo per un barattolo da 450 grammi varia da 14 a 16 Euro.
Morale, sono ritornato su Internet e ho fatto un altro maxiordine di latte Humana AR: questa varietà costa un po’ di più anche in Germania, ma anche con le spese di spedizione mi è pur sempre costato metà di quello che avrei dovuto sborsare qui per la medesima quantità.
Tirando le somme, tre sono le cose da dire.
Innanzitutto, a quei neo-genitori che non possono o non vogliono (e a ragione) arricchire oltre il lecito le case farmaceutiche per nutrire i loro pargoli a latte artificiale, ma non riescono a trovare il latte a prezzo giusto (abbiamo detto, circa dieci Euro al chilo), e non abitano a breve distanza dal confine austriaco, raccomando una visitina al sito Flaschenmilch.de (il sito è in tedesco e in inglese): per esperienza, funziona alla grande.
Per buttarla in politica, poi, o la smettono di scassare la minchia col calo demografico, o fanno finalmente qualcosa per quei poveracci che nonostante tutto fanno ancora dei figli (o vogliono farli: in altre parole, agevolazioni fiscali per ogni pargolo a carico e via quell’obbrobrio giuridico, politico e morale della L. 40/2004).
Inoltre, ecco un aspetto delle tanto contestate liberalizzazioni che si sarebbe dovuto affrontare in maniera radicale (e non timidamente come si è fatto): le farmacie.
I titolari di farmacia (ricordiamo che le farmacie sono soggette a concessione statale e sono a numero chiuso, cioè non è possibile aprire una farmacia nuova come fosse un negozio di abbigliamento o di elettrodomestici) han fatto su un casino perché si è permesso alla grande distribuzione di vendere i farmaci da banco (quelli, cioè, che non necessitano di ricetta, tipo l’aspirina); la ragione “ufficiale” della protesta era grosso modo che l’ipermercato non garantiva al cliente l’assistenza di un professionista, come invece fa la farmacia.
Peccato che la mini-liberalizzazione in parola preveda che la vendita dei farmaci da banco nella grande distribuzione avvenga necessariamente sotto la supervisione di un farmacista addetto al reparto di vendita.
Già, perché farmacista e titolare di farmacia non sono sempre la stessa cosa: il secondo è anche il primo, ma il primo è molto spesso solo un dipendente del secondo.
Va anche detto che oggigiorno in farmacia i farmaci costituiscono la parte minore dell’offerta commerciale al pubblico: la maggior parte degli spazi espositivi di una farmacia è dedicata a prodotti di bellezza (creme, lozioni, profumi & cosmetici vari), prodotti alimentari dietetici (per diabetici, celiaci, intolleranti etc.), prodotti per l’igiene personale (lavacri, spazzolini da denti & dentifrici, colluttori, deodoranti, assorbenti), accessori per l’infanzia (biberon, tiralatte, termometri, bilance pediatriche, giocattoli, peluches, etc.) e altro ancora che in questo momento non mi sovviene.
Tutta ‘sta roba si trova tranquillamente anche in un buon ipermercato, e costa pure meno.
Allora, mi volete spiegare perché i farmacisti possono fare i commercianti, ma i commercianti non possono vendere le medicine (ovviamente, con le cautele del caso)?
La verità è che le farmacie sono ormai delle vergognose prebende, che non hanno più ragione di esistere nei termini in cui le conosciamo.
È vero che la vendita al dettaglio delle medicine è un servizio di interesse pubblico, ed è pertanto giusto e comprensibile che sia adeguatamente regolamentato, sia pretendendo che se ne occupi un professionista abilitato (un laureato in farmacia che abbia poi superato un esame di Stato, per garantire gli utenti), sia imponendo i turni perché in qualsiasi momento sia possibile acquistare dei farmaci, se ve n’è effettiva necessità e urgenza.
Ma non si vede perché non possa vigere un regime di libera concorrenza: lo vogliono istituire per gli avvocati (già non c’è più il numero chiuso da moltissimi anni), perché no per i farmacisti (e, aggiungiamoceli, i notai?).
Altrimenti, si abbia il coraggio della coerenza: in farmacia si vendano solo le medicine, e solo lì; per i cosmetici e il resto, si vada negli appositi esercizi commerciali.
Ovviamente, i farmacisti non ci vorranno sentire, da quest’orecchio, e li capisco.
Ministro Bersani, vogliamo fare le cose seriamente?
O non sarà vero quel che si dice in giro, che Sua moglie tiene una farmacia?
Anche Lei col conflitto d’interessi?
È proprio vero che son tutti finocchi, col culo degli altri.

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Pubblicità Progresso update

Perché non si dica che sono prevenuto e anti-Microsoft a prescindere: da oggi Internet Explorer 7 è finalmente disponibile anche in italiano. Lo installerò comunque, dato che è un componente fondamentale di Windows e spesso le minacce via web (virus & co.) passano proprio per di là (cosicché è consigliabile averlo sempre aggiornato).
Rimane il fatto che Firefox 2.0 in italiano è uscito ancora più di un mese fa, e rimane in ogni caso la scelta preferibile.
(Per quanti si attendessero post più succosi e interessanti, prego di avere pazienza: i gemellini — vedi a casa di engi — assorbono il tempo e le energie che potrei dedicare al mio blog; il che, penseranno alcuni, non è necessariamente una disgrazia.)