La ferocia delle vittime

Nelle ultime settimane ha fatto capolino sulla stampa il caso del deputato della Rosa nel Pugno Sergio D’Elia; per i meno informati, riporto queste brevi note biografiche tratte da Wikipedia: “Antico membro di ‘Prima Linea’, l’organizzazione terrorista di sinistra di cui fu il dirigente. Condannato a venticinque anni di prigione per l’assalto al carcere di Firenze (nel 1978), in cui rimase ucciso l’agente Fausto Dionisi, ne ha effettivamente scontati dodici grazie ad una riduzione di pena. Nel 1986, si è iscritto al Partito Radicale durante la campagna per i mille iscritti, abbracciando così le posizioni nonviolente dei radicali. A partire dal 1987, nella Segreteria del Partito Radicale, si occupa soprattutto della riforma penitenzaria. Nel 2000 D’Elia venne riabilitato dal tribunale di Roma, che cancellò le pene accessorie, consentendogli l’eleggibilità. Organizza in seguito un’associazione per far riconoscere il voto ai detenuti e per la riforma delle pene supplementari. Ha collaborato al progetto per il Partito Nuovo e fondato, con Maria Teresa De Lascia, l’Associazione Nessuno Tocchi Caino per l’abolizione della pena di morte nel mondo dopo l’anno 2000. Nelle elezioni politiche di aprile 2006 è stato eletto alla Camera per la Rosa nel Pugno ed è in seguito stato nominato dall’Unione segretario della Camera”.
Perché consti, questo è tutto ciò che anch’io so di Sergio D’Elia; non lo conosco personalmente e non ho particolari ragioni né di simpatia né di antipatia nei suoi confronti.
La vicenda elettorale di D’Elia ha suscitato forti reazioni: il SAP (sindacato autonomo degli agenti di Polizia) ne ha richiesto le dimissioni dalla carica, e il presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980 (alla stazione ferroviaria di Bologna), Paolo Bolognesi, ha affermato più volte che la sua elezione è un “affronto intollerabile” ai familiari delle vittime delle stragi, nonché un fatto diseducativo per le giovani generazioni.
Il dolore di quanti sono stati colpiti, in qualsiasi modo, dalla violenza — di qualunque matrice, politica e non — pretende e merita assoluto rispetto.
Non si può, tuttavia, dare aprioristicamente credito e ragione a consimili pretese e giudizi: D’Elia ha pagato il suo debito con la società, ha riconosciuto i suoi errori e rinnegato il suo passato (anche fattivamente) e non è giusto esigere ulteriori punizioni. Al contrario, la sua vicenda può essere d’esempio alle “giovani generazioni”, dimostrando che la redenzione e il recupero sono sempre possibili, anche dalle più nere profondità dell’animo.
Certo, si può sempre discutere sulla congruità della pena inflitta e scontata, ma ho l’impressione che per le persone e i soggetti che ho citato sopra nessuna pena sarebbe mai congrua.
Infatti, quale pena può mai ridare la vita ai morti?
Cosa si vorrebbe, allora?
La pena di morte tout court, oppure e quantomeno la morte civile?
Non sarebbe giustizia, ma vendetta, feroce vendetta.
Con buona pace di Beccaria e di tutta l’elaborazione politica, filosofica e culturale che ha avuto come esito la società civile occidentale odierna (incluse le tanto strombazzate “radici cristiane”, di cui ci si ricorda solo quando c’è da proibire qualcosa, mai invece quando tocca affrontare e digerire i bocconi più amari…).
Ho detto che rispetto il dolore delle vittime, e non era una frase di stile: proprio per questo, dico che non posso accettare la loro ferocia.


0 Risposte a “La ferocia delle vittime”



  1. Ancora nessun commento.

Lascia un commento