Miserie e nobiltà

Pubblicato su Politica & dintorni il Giovedì 10 Luglio 2008 da Robin Goodfellow

A margine di quanto accaduto l’8 luglio scorso in Piazza Navona, a Roma (I)
Era certo legittimo nutrire qualche dubbio sui meriti e sulle competenze tecnico–politiche di Sua Eccellenza il Ministro delle Pari Opportunità, Onorevole Mara Carfagna, se non altro perché noi “grande pubblico” ne abbiamo sin qui ricevute poche o punto notizie; come a dire che forse non è stato per quegli specifici meriti che la Signora Carfagna è assurta dapprima al Parlamento e infine al Governo della Repubblica.
Altrettanto certo, tuttavia, che Sabina Guzzanti non dovesse abbandonarsi alle note e riportate volgarità sul conto della Signora Carfagna, circa suoi presunti ma indimostrati rapporti con il Presidente del Consiglio Onorevole Silvio Berlusconi.
Oltre a essere stato un gesto estremamente maleducato, è stata una colossale idiozia, poiché si è offerto il destro alla destra di rinfacciare ai suoi detrattori ciò che più di frequente le viene — giustamente — rimproverato, cioè la volgarità (appunto).
Sabina Guzzanti e i suoi fiancheggiatori hanno dimenticato una delle fondamentali leggi di Murphy, che recita: “Non discutere mai con un imbecille: la gente potrebbe non notare la differenza”.

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A margine di quanto accaduto l’8 luglio scorso in Piazza Navona, a Roma (II)
Sua Eccellenza il Ministro delle Pari Opportunità, Onorevole Mara Carfagna, nel comunicato in cui preannunziava che avrebbe sporto querela per le frasi diffamatorie di cui è stata oggetto, si è concessa la perfidia di indicare Sabina Guzzanti non in quanto tale ma solo come “figlia del Parlamentare di Forza Italia Paolo Guzzanti”; ben sapendo che i rapporti fra padre e figlia non sono esattamente idilliaci.
Paolo Guzzanti (a proposito, vi ricordate il suo amico e collaboratore Mario Scaramella?), spinto forse dall’istinto paterno — o forse volendo prendere le distanze — ha deplorato tale ministeriale perfidia.
In tutto ciò, si è forse trascurata proprio l’importanza e, magari, l’influenza di tale rapporto padre–figlia; come a dire che l’Abate Mendel non sparava cazzate.

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Altri padri, altre figlie
La triste e dolorosa vicenda di Eluana Englaro e di suo padre Beppino meriterebbe, a questo punto, solo un rispettoso silenzio.
Inevitabile, invece, e puntuale e gradita quanto un ispettore delle tasse è giunta la rabbiosa presa di posizione del Vaticano.
Con quanta facilità si pontifica sulle cose che non ci toccano personalmente!
A dispetto della determinazione mostrata in questi ultimi sedici anni, e della dignitosa serenità delle sue ultime dichiarazioni, io credo che Beppino Englaro dovrà fare un immenso sforzo per dare esecuzione alla volontà di sua figlia, per quanto doloroso possa essere per lui vedere Eluana nelle condizioni in cui ancora versa; e ciononostante farà quel che sente di dover fare, perché l’amore di un genitore per le sue creature, alla fine, è più forte di tutto, anche dell’istinto di sopravvivenza (in questo caso, riferito alla tranquillità mentale, perché temo che comunque Beppino Englaro, in quel momento, almeno un poco sentirà dentro di sé di stare uccidendo sua figlia, anche se non è vero).
Perché Beppino Englaro pensa a sua figlia da viva, nel mentre il degnissimo Monsignor Rino Fisichella (che padre non dovrebbe esser mai stato, per quanto ne possiamo sapere) ragiona (ragiona?) pensando alla Vita (che, come noto, nessuno ha mai incontrato, né ci ha mai preso, per dire, un caffè insieme).
E così facendo, si dimostra carente di una virtù, che magari non rientrerà nelle sette canoniche, ma di cui un cristiano (meglio: un essere umano) dovrebbe esser dotato: la pietà.

La nuova politica

Pubblicato su Politica & dintorni con i tag il Mercoledì 18 Giugno 2008 da Robin Goodfellow

Svanita anche l’illusione del dialogo, all’opposizione non rimane che la macumba.

La sindrome di Cassandra

Pubblicato su Politica & dintorni il Martedì 27 Maggio 2008 da Robin Goodfellow

Ho visto il futuro.
Se siete stati a Venezia negli ultimi tempi, non potete non averlo notato: la riva di Piazzale Roma e quella della Ferrovia sono adesso collegate dal quarto ponte sul Canal Grande (che per ora non ha ancora un nome, se non quello dell’architetto che l’ha progettato, Santiago Calatrava).
Certo, il ponte non è ancora completato – ben che vada, forse lo si potrà percorrere dalla primavera dell’anno prossimo.
C’è però un altro problema, e non da poco: dal lato della Ferrovia, ai piedi del ponte non c’è un metro che sia transitabile, poiché il percorso che dovrebbe condurre alla stazione di Santa Lucia è fisicamente sbarrato dalle impalcature di un cantiere per lavori che si dovrebbero effettuare sugli edifici contigui alla stazione stessa.
Ça va sans dire che quel cantiere appare fermo (perlomeno, io – ma non faccio, invero, molto testo – non ci ho mai visto nessuno al lavoro…), desolatamente deserto.
Lo scenario più probabile ci mostra, quindi, l’ennesima italica cattedrale nel deserto: un ponte che nessuno attraverserà, se non mai, perlomeno sino a che non avranno completato i collegamenti (in questo caso, solo pedonali) da e con i luoghi che tale ponte è stato fatto per collegare.
Son piccole cose, in fondo: non so quanto esattamente largo sia il Canal Grande in quel punto, ma a occhio e croce direi fra una cinquantina e una settantina di metri; e dalla riva alla Stazione saranno altri due–trecento metri al massimo (tanto che, a ben vedere, di ’sto ponte non c’era poi tutto quel bisogno…).
Con tutto questo, già ora sono quasi un anno in ritardo sul previsto e i costi sono lievitati in misura sensibile.
Bene, questa è un’opera tutto sommato di piccole dimensioni, e viene realizzata in una città che, per quanto peculiare, è pur sempre nel cuore del mitico Nordest…
Provate, adesso, a ingrandire questa situazione – diciamo di una settantina di volte? solo, beninteso, per le misure basilari – e vi ritroverete sullo Stretto di Messina.
In realtà, e lo sappiamo benissimo, e non da ieri, il ponte sullo Stretto di Messina è molto più oneroso, problematico e pericoloso da realizzare di qualsiasi passerella pedonale sul Canal Grande (perché, in fondo, il ponte di Calatrava questo è); senza trascurare il fatto che la passerella sul Canal Grande è nei fatti molto, molto più utile del ponte sullo Stretto…
Sono anni che, dalle fonti più insospettabili (last but not least, Emma Marcegaglia, neo-Presidente di Confindustria, non esattamente un’estremista di sinistra no-global…), si sente ripetere che, prima di fare il ponte sullo Stretto, è fondamentale realizzare le infrastrutture in Sicilia (bazzecole tipo strade, autostrade, ferrovie – già che ci siamo, perché non anche una rete di acquedotti degna del nome?).
Parole al vento, si vede; in certi posti, è altrettanto evidente come pesino di più (quanto e anche più del piombo…) le parole di ben determinati amici (degli amici, of course).
Ma, buon Dio! non abbiamo quasi neppure più le pezze da metterci voi–sapete–dove, e dobbiamo buttare una vagonata di miliardi (non di “vecchie lire” ma di attualissimi Euro!) solo perché un signore tracagnotto e attempatello possa vellicare una volta di più il suo ego di cafoncello brianzolo nell’ennesima posa di una prima (e ultima) pietra?
Ho visto il futuro: non ce lo possiamo permettere.

Scemo a chi?

Pubblicato su Politica & dintorni con i tag il Venerdì 25 Aprile 2008 da Robin Goodfellow

ATTENZIONE: questo post è politicamente scorrettissimo. Leggetelo a vostro rischio e pericolo.

Nel corso della puntata di “Annozero” dedicata ai commenti sull’appena trascorsa tornata elettorale, l’architetto Massimiliano Fuksas si è espresso in termini alquanto poco gentili nei confronti degli elettori che avevano così massicciamente premiato il Cavalier S.B. e la sua ghenga; tant’è vero che Michele Santoro si è affrettato a prendere le distanze dal focoso Fuksas e a ribadire il rispetto per tutti gli elettori, indipendentemente dalle loro concrete scelte nell’urna.
E tuttavia…
Immaginate di aver comprato da un signore non meglio identificato, che esponeva la sua mercanzia su un telo steso sul marciapiedi, una borsa di Gucci (o di Prada o di Louis Vuitton etc.), pagandola qualche decina di Euro; e di aver poi fatto dono della predetta alla vostra fidanzata/moglie/compagna etc.; e che questa ve l’abbia poi tirata dietro (insieme a un mucchio di male parole) perché trattavasi di un tarocco riconoscibile da un chilometro di distanza nonché, per punizione, non ve l’abbia più data per almeno un mese.
Bene, immaginate ancora che qualche settimana dopo, dallo stesso venditore abbiate comprato un’altra, identica borsa di Gucci (o di Prada o di Louis Vuitton etc.), pagandola sempre quelle poche decine di Euro, e che ancora una volta l’abbiate regalata alla vostra fidanzata/moglie/compagna etc., la quale vi abbia trattato alla stessa identica maniera, anzi questa volta non ve l’abbia neppure fatta vedere per due mesi.
E che, non paghi di un tanto, siate tornati una terza volta dallo stesso venditore e abbiate ripetuto un’altra volta tutta la manfrina con la vostra fidanzata/moglie/compagna etc.; e che quest’ultima, a questo punto, abbia pure chiesto il divorzio (o equivalente).
Come vi definireste, in tutta onestà?
Bene, se siete fra quelli che hanno votato Berlusconi, sapete cosa pensare di voi stessi.

The day after

Pubblicato su Politica & dintorni il Martedì 15 Aprile 2008 da Robin Goodfellow

Sono un inguaribile ottimista, riesco a trovare qualcosa di positivo anche nell’esito di queste elezioni: bye bye Bertinotti, Diliberto, Pecoraro Scanio, Mastella, De Mita, Santanché, Storace, Ferrando, Boselli, etc. etc.
Abbiamo cominciato a fare pulizia, e anche solo per questo, grazie Walter!
Il problema è che il grosso della monnezza è rimasto, e non sto parlando di Napoli…

La “campagna” elettorale

Pubblicato su Politica & dintorni il Giovedì 13 Marzo 2008 da Robin Goodfellow

Rieccoci: già da qualche settimana hanno (ri)cominciato a scassarci i maroni e per il prossimo mese andrà sempre peggio.
La sensazione, tuttavia, è che anche gli scassatori più rodati stiano perdendo colpi, che non riescano più a sfornare delle balle, non dico convincenti, ma un pochino fantasiose, almeno.
L’esempio che ho in mente si legge in uno dei manifesti in questi giorni affissi dal PdL, ove campeggia lo slogan: “PIÙ SICURI. C’È ALLEANZA”.
L’interpretazione più banale e immediata vorrebbe significare che l’avvenuto assorbimento di AN in FI (rinominata, per l’occasione, PdL) garantisce l’attenzione del rassemblement di destra sulle tradizionali tematiche della sicurezza (il vecchio “manganello e olio di ricino”, insomma).
Ma, se leggiamo lo slogan con attenzione e, soprattutto, nel rispetto della semantica, gli esiti non sono poi così scontati.
Un primo esito, ove si ponga l’accento sul punto fermo che separa le due affermazioni, restituisce ciò: si tratta di due concetti distinti; la presenza di “ALLEANZA” è altra cosa dall’essere “PIÙ SICURI”.
Più interessante, tuttavia, l’omissione dell’aggettivo “nazionale” e l’adozione del formato “tutte maiuscole”; ciò suggerisce, infatti, che l’ALLEANZA potrebbe essere una semplice “alleanza”, non necessariamente “Alleanza (Nazionale)(difatti, quest’ultima è scomparsa… in tutti i sensi, ormai).
Ma quanti avranno ricordato che esiste una compagnia d’assicurazioni che si chiama proprio così (Alleanza)? Non sarà, allora, che il Cavaliere abbia stipulato una particolare polizza nel caso che le elezioni non si risolvano poi in quel trionfo annunciato? (Così che, comunque vada, lui ci guadagnerebbe lo stesso…)
Comunque la si rigiri, rimane uno slogan fiacco e assolutamente non indovinato.
Oltretutto, se io fossi l’amministratore delegato della suddetta compagnia, una bella inibitoria a usare ancora quello slogan gliela piazzerei: d’accordo che è tutta pubblicità gratuita, ma non è detto che sia positiva…

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La confessione di Silvio Berlusconi

Pubblicato su Politica & dintorni, Quisquilie & pinzillacchere il Venerdì 22 Febbraio 2008 da Robin Goodfellow

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo :)

BERLUSCONI: “Signor parroco, mi vorrei confessare”.
PARROCO: “Certo figliolo, qual è il tuo nome?”
BERLUSCONI: “Silvio Berlusconi, padre”.
PARROCO: “Ah! Ah! Il Presidente del Consiglio!?
BERLUSCONI: “Sì, padre”.
PARROCO: “Ascolta, figliolo, credo che il tuo caso richieda una competenza superiore. È meglio che tu ti rechi dal Vescovo”.
Così Berlusconi si presenta dal Vescovo, chiedendogli se può confessarlo.
VESCOVO: “Certo, come ti chiami?”
BERLUSCONI: “Silvio Berlusconi”.
VESCOVO: “Il Presidente del Consiglio? No, caro mio, non ti posso confessare: il tuo è un caso difficile. È meglio che tu vada in Vaticano”.
Berlusconi va dal Papa.
BERLUSCONI: “Santità, voglio confessarmi”.
PAPA: “Caro fig-lio mio, kome ti chiami?”
BERLUSCONI: “Silvio Berlusconi”.
PAPA: ’Ahi! Ahi! Ahi! Fig-liolo! Il tuo kaso è molto difficile per me. Gvarda kvi, sul lato del Vaticano c’è una kappella. Al suo interno troverai una croce. Il Sig-nore ti potrà ascoltare”.
Berlusconi, giunto nella cappella, si rivolge alla Croce.
BERLUSCONI: “Signore, voglio confessarmi”.
GESÙ: “Certo, figlio mio, come ti chiami?”
BERLUSCONI: “Silvio Berlusconi”.
GESÙ: “Ma chi? Il Presidente del Consiglio?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore”.
GESÙ: “L’ex amico di Craxi?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore”.
GESÙ: “L’inventore dello scudo fiscale per far rientrare dalle Isole Cayman e da Montecarlo tutti i soldi che i tuoi amici hanno sottratto al fisco?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore”.
GESÙ: “L’amico dei neo-fascisti e neo-nazisti, particolare che si è dimenticato di riferire al Congresso americano?”
BERLUSCONI: “Ehm… sì, Signore”.
GESÙ: “Quello che ha abbassato dell’1% le tasse dirette e costretto comuni, province, regioni ad aumentare le tasse locali del 45% per tenere aperti asili, trasporti, servizi sociali essenziali?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore.”
GESÙ: “Quello che ha ricandidato 13 persone già condannate con sentenza passata in giudicato?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore”.
GESÙ: “Quello che ha modificato la legge elettorale in modo che siano le segreterie di partito a scegliere gli eletti e non più i cittadini?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore”.
GESÙ: “Quello che ha omesso qualsiasi controllo sull’entrata in vigore dell’Euro permettendo a negozianti e professionisti di raddoppiare i prezzi in barba a pensionati e lavoratori a reddito fisso?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore”.
GESÙ: “Quello che ha abolito la tassa di successione per i patrimoni miliardari e subito dopo ha cointestato le sue aziende ai figli?”
BERLUSCONI: “Si, Signore”.
GESÙ: “Quello che ha quadruplicato il suo patrimonio personale e salvato le sue aziende dalla bancarotta da quando è al governo e che dice che è entrato in politica gratis per il bene degli italiani?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore”.
GESÙ: “Quello che ha epurato dalla RAI i personaggi che non gradiva?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore”.
GESÙ: “Quello che ha fatto la ex-Cirielli, la Cirami e la salva-Previti?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore”.
GESÙ: “Quello che ha fatto una voragine nei conti dello stato e ha cambiato tre volte Ministro del Tesoro?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore”.
GESÙ: “Quello che ha dato, a spese degli italiani, il contributo per il decoder digitale per permettere al fratello di fare soldi con una società che li produceva?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore”.
GESÙ: “Quello che ha depenalizzato il falso in bilancio e ha introdotto la galera per chi masterizza i DVD?”
BERLUSCONI: “Sì, Signore”.
GESÙ: “Quello che ha permesso alla Francia di saccheggiare la BNL e si è fatto prendere a pesci in faccia quando ENEL ha tentato di acquisire una società francese?”
BERLUSCONI: “Ehm… sono sempre io, Signore”.
GESÙ: “Figlio mio, non hai bisogno di confessare. Tu devi solamente ringraziare”.
BERLUSCONI: “Ringraziare?!?! E chi, Signore?!
GESÙ: “Gli antichi Romani, per avermi inchiodato qui. Altrimenti sarei sceso e t’avrei fatto UN CULO COSÌ!!!!

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Su un altro che parla a sproposito (Liberalizzazioni, parte V)

Pubblicato su Ch’aggia a fa’ pe’ vive’ il Mercoledì 20 Febbraio 2008 da Robin Goodfellow

D’accordo che — sull’esempio americano — la categoria degli avvocati non gode di gran considerazione fra la “ggente”, né alcuno (in primis, gli avvocati stessi) fa nulla per migliorare la situazione.
Abbiamo detto e ripetuto ad nauseam che la giustizia in Italia fa pena, pietà, disgusto e chi più ne ha…
Però — chissà perché — pare che i responsabili primi di questo sfascio siano gli avvocati; i quali, oltretutto, costerebbero troppo.
Di qui, balzane iniziative e inviti a pretese “liberalizzazioni”, buon’ultima l’uscita (ieri sera, durante la trasmissione “Ballarò”) del Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Antonio Catricalà: secondo il quale, sarebbe tempo di prevedere i “titoli di studio abilitanti”; in altre parole, uno si prende la laurea e il giorno dopo può aprire il suo studio professionale (legale, commercialista, etc.) senza più dover passare per tirocinio, esame di stato e così via.
Come se l’attuale situazione delle università lo consentisse… ma se la maggior parte dei laureati non sa manco scrivere in un italiano corretto (non dico bello o anche solo decente)!
Di fronte a certe affermazioni, la domanda che sorge spontanea è: “Ma questo, ci è o ci fa?”
Presidente Catricalà, con tutto il rispetto, Lei ha detto una solenne cazzata.
Non che Catricalà sia l’unico a spararne, pervero: in materia, tutti si sentono autorizzati a proporre le loro ricette, peccato che pochi o nessuno abbiano reale competenza per parlare di questi argomenti.
Catricalà, per esempio, avrà pure superato l’esame di avvocato, ai suoi tempi, ma dubito che abbia mai esercitato la professione; il suo curriculum, invero, ci dice che è sempre stato “dall’altra parte” (quella dei giudici); niente di male, sia detto, anzi. Ma allora abbia la decenza di non addentrarsi in materie che non conosce (si rilegga Wittgenstein, Tractatus Logico – Philosophicus, proposizione 7).
A dirla tutta, ne ho piene le tasche di tutto ciò.
Sono stufo di dovermi difendere per qualcosa che non ho commesso ma, anzi, subisco come e peggio di tutti: perché i magistrati avranno anche le loro ragioni di lamentarsi, ma almeno, loro, coi clienti non ci debbono trattare…
A questo punto, se noi avvocati siamo la radice di tutti i mali, si faccia qualcosa di serio, finalmente: ABOLIAMO GLI AVVOCATI!
Che la “ggente” si faccia le cause da sé (magari con l’ausilio di “Forum” e dell’“Avvocato nel cassetto”): voglio vedere, poi, con chi se la prenderanno, alle fine.
Che i giudici trattino direttamente coi “cittadini”, senza l’interfaccia dei professionisti forensi: voglio vedere, poi, come faranno a giustificare le loro mancanze, le loro castronerie (e ne fanno, oh se ne fanno!).
Io mi son rotto di fare il capro espiatorio (oltretutto, senza nemmeno un compenso come Malausséne).

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Now playing: Tangerine Dream - Le Parc (L.A. - Streethawk)
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Documentarsi, prima…

Pubblicato su Di tutto un po’ il Mercoledì 6 Febbraio 2008 da Robin Goodfellow

Tanto per dare qualche ulteriore argomento ai miei detrattori, dichiaro di essere un regolare lettore di Repubblica (fra le varie ragioni, perché è un quotidiano scritto come io lo voglio leggere; per lo stesso motivo, mi tengo scrupolosamente alla larga dal Giornale, anzi aggiungo che, le poche volte che per spirito bipartisan mi ci sono provato, non sono neppure riuscito a terminare la lettura di un solo articolo su quest’ultimo pubblicato…).
Non solo, rendo pure noto di essere un affezionatissimo dell’“Amaca” di Michele Serra, per il modo in cui scrive oltre che per le cose che scrive.
Sono, pertanto, rimasto un tantino deluso dal pezzo uscito oggi, nel quale Serra giustamente biasima i toni fanatici e grossolani usati da Lucetta Scaraffia in un suo pezzo di critica alla Ministra Pollastrini uscito sul Corriere della Sera del 5 febbraio 2008 (testualmente, Serra parla di “violenta scemenza” e non posso dargli torto…).
Scaraffia parla di “soluzione Rupe Tarpea” riferendosi sbrigativamente a quei casi nascite estremamente premature e, in particolare, di feti che sopravvivono a un intervento di interruzione volontaria della gravidanza di tipo terapeutico, nei quali i genitori sono contrari alle procedure di rianimazione del feto.
Serra spiega che il riferimento alla Rupe Tarpea “ha molta fortuna, come metafora extra–strong, tra i militanti anti–abortisti di ieri e di oggi: alle sciagurate che non vollero o non poterono portare a termine la gravidanza, si grida, agitando il ditino o il ditone (a seconda dei casi) che hanno fatto una cosa da ‘Rupe Tarpea’”.
(Per altri casi di utilizzo della suddetta metafora, si vedano il blog Censurarossa e il blog Camillo — Diario di una dieta speciale di Giuliano Ferrara).
Siccome, purtroppo, la cultura classica tende oggidì all’estinzione, Serra si premura di fornire una premessa esplicativa, precisando che dalla Rupe Tarpea “gli spartani buttavano i neonati inadatti non alla vita, ma alla guerra”.
Spero per Serra che il suo vecchio professore di storia al Liceo non legga mai queste sue righe.
A costo di apparire colui che guarda il dito e non la luna, vorrei ricordare che:

  • è vero che gli Spartani effettuavano una spietata selezione dei neonati, ma non li precipitavano da una rupe: li esponevano, cioè, li abbandonavano all’aperto di notte; se sopravvivevano, li recuperavano, altrimenti ne seppellivano poi il cadaverino; agghiacciante metodo di selezione “naturale”, ma che aveva quantomeno il pregio di offrire un’estrema chance (si fa per dire…);
  • in realtà, la Rupe Tarpea si trova a Roma, e da quel luogo gli antichi romani precipitavano coloro che erano stati condannati come traditori della patria.

Concludendo: caro Michele Serra, continuerò a leggermi e gustarmi la Sua “Amaca”, ma in futuro, per favore, non offra più a quei beceri ignorantoni di destra il destro (scusi il voluto bisticcio) di trovare dei punti in comune con Lei; di qui a ficcarLe da qualche parte la trave che si portano nell’occhio, il passo sarebbe brevissimo.

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Now playing: Marilyn Mazur - Clear
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Gli orrori del comunismo in Italia

Pubblicato su Politica & dintorni il Mercoledì 6 Febbraio 2008 da Robin Goodfellow

Giuliano Ferrara.
Ferdinando Adornato.
Sandro Bondi.
Tocca dar ragione a Berlusconi, per una volta: in Italia, il comunismo ha davvero causato danni gravissimi e pressoché irreparabili.

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Now playing: Tokyo Metropolitan Symphony Orchestra, Hiroshi Wakasugi - Toru Takemitsu: Far Calls, Coming, Far!
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